CITTAREALE 2008

 Campo Speleo a Cittareale


Come di consueto il Gruppo Grotte Pipistrelli  stà organizzando il campo speleologico a Valle S. Rufo presso l’ingresso della Grotta di Cittareale. Quest’anno la festività del 1° Maggio cade di giovedì ed è quindi nostra intenzione allestire il campo da quella data fino alla giornata di domenica 4. Per l’occasione installeremo il solito tendone verde da comunità e garantiremo ai presenti solo un primo piatto di pastasciutta fumante. Il nostro invito è per tutti, sia per chi ha voglia di andare in grotta e sia per chi ha voglia di oziare: l’importante è ritrovarsi insieme per festeggiare il sabato sera sotto il tendone con “spirito speleo”.
Il G.G.P. TERNI
per informazioni:

Giorgio Flati:
tel:       335-7116558
e-mail: speleogio@alice.it

Palinuro, Pasqua 2008

Le grotte di Palinuro

By Fabrizio Proietti
 

Partiamo venerdì pomeriggio. Io, Josè, Loretta e Michela.
Qualcuno è già là. Gli altri arriveranno domani. Alla fine saremo in diciassette del GGP.Prendiamo l’autosole, poi la Caserta-Reggio Calabria. Usciamo a Battipaglia che è notte. Ci fermiamo per comprare delle mozzarelle di bufala e del vino. Il gestore del caseificio ci offre del Sagrantino. Usciamo con un chilo di mozzarelle ma senza vino.

Ripartiamo in direzione di Palinuro. Per un tragico errore di valutazione abbandoniamo la strada veloce troppo presto e ci ritroviamo sulla tortuosa panoramica a picco sul mare. Claudio chiama in continuazione chiedendo la posizione. È partito con la famiglia in prima mattina ed è già a destinazione. Sta aspettando per la cena. Attraversiamo un piccolo borgo ad otto chilometri da Palinuro. Percorriamo la via principale, superiamo la piazza. Ci fermiamo increduli di fronte alla strada sbarrata. “Strada interrotta per frana” è scritto su un cartello. Osserviamo la cartina increduli più che mai. Nessuna deviazione possibile. Sembra che dovremo tornare indietro per decine di chilometri! Claudio telefona ancora. Nessuno ha il coraggio di rispondere. Un simpatico ometto ci da una dritta. -Perché non passate lungo il tratto dismesso della ferrovia? È qui sotto.- E indica alla sua destra. Guardiamo in giù. La collina cede di schianto a picco sul mare: un salto di centinaia di metri. Seguiamo incerti le sue indicazioni e ci avventuriamo per anguste sterrate. Sbagliamo ripetutamente. Le stradine terminano in orti o giardini. Seguiamo un “tontolone” del posto a bordo di un “suzukino”, smarritosi come noi. Claudio chiama e gli spieghiamo che abbiamo preso per la ferrovia. Forse sviene, di fatto chiude la comunicazione. Attraversiamo una galleria ovale e stretta, scavata nella roccia per il passaggio del treno. A Michela evoca paurosi films horror. Ecco il campeggio. Ecco Claudio che aspetta davanti al cancello.
Si cena finalmente!
 

Saliamo all’Hotel King. Il cancello è chiuso. Suono al citofono. Chiedo se possiamo passare nella proprietà per raggiungere la scogliera e scendere da lì all’ingresso dalla grotta. La garbata voce femminile non risponde di no, ma quasi. È calda, suadente, elegante ma ci sentiamo ugualmente come… non so… come presi per il deretano!
Intuiamo a ragione che non ci faranno passare.
La mattina dopo posteggiamo nei pressi del faro che si erge poco più avanti dell’Hotel King e da lì, scendendo attraverso un bosco di pino e un’agguerrita macchia mediterranea, riusciamo ugualmente a raggiungere la scogliera.
L’ingresso della grotta è una ventina di metri più in basso, a quota zero. Il moto del mare, grosso e lungo, non lascia ben sparare sulle probabilità di potervi accedere.
Giorgio arma una prima via e scende. Luca lo segue armandone una seconda. Un paio di frazionamenti e giù: un ultimo salto di circa quindici metri fino al pelo dell’acqua. I due risalgono sconsolati, perdenti, bagnati come pinguini appena risaliti sulla banchisa polare. Scende Borchione. Risale perfettamente asciutto. -Bravo Borchione!- -Bravo un c—-!- Non ha superato nemmeno il secondo frazionamento! Paura dell’acqua?
Arriva il mio turno. Supero i frazionamenti. Scendo lento, mentre il mare sotto ruggisce. Mi fermo a cinque metri d’altezza. Guardo in giù. Il riflusso dell’onda crea un vuoto di qualche metro. Pochi istanti e una nuova onda arriva ad alzare verticalmente il livello del mare che supera abbondantemente lo spazio perduto in precedenza. Il brusco e ripetitivo cambio di livello mette a dura prova il mio senso dell’equilibrio. Ho una vaga sensazione di vertigine. Faccio un cambio attrezzi e scendo qualche metro sui bloccanti, sempre pronto a risalire. La parete rocciosa è tagliata di netto un metro sopra il livello medio del mare. Cerco di scendere per vedere oltre lo scalino. Improvvisamente mi ritrovo immerso nell’acqua fino alla vita. Non riesco a salire di un centimentro che l’acqua defluisce di nuovo. Mi metto in orizzontale, cercando d’abbassare la testa e vedere cosa c’è sotto il gradino. Vedo uno stretto pertugio, con una piccola colonna concrezionata e dietro un cunicolo che si perde nel buio. Lo osservo per una frazione di secondo, perché a quell’immagine se ne sovrappone un’altra: la mia testa sommersa dall’onda in arrivo. Riprendo la verticale e schizzo verso l’alto. L’onda mi sommerge fino alla vita, spingendomi verso la roccia. Risalgo ancora. Poco sopra ecco di nuovo Giorgio, sceso ancora per piantare uno spit e migliorare così l’armo. Fabiola aspetta il suo turno al frazionamento; Matteo poco più in alto. Michela non scende e decide di tornare con gli altri. Tolgo l’attrezzatura, raccolgo il mio zaino e mi avvio lungo la rotta della ritirata. Raggiungo Michela, intenta a combattere una battaglia già persa con un arbusto spinoso. La sorpasso, la distanzio. Mi fermo a guardarla dall’alto. Mi dice: -Vai che conosco la strada-. Ho già sentito questa frase in precedenza, pronunciata da Loretta, quando, insieme alla recidiva Michela, aveva deciso di avventurarsi nella discesa dal Gran Sasso, salutando allegramente con un -Tranquilli! Andiamo da sole. Conosco la strada.- e finendo per tragico errore in una forra. Ma questa è un’altra storia.
Michela arriverà da sola e per ultima, maledicendomi per la mia antipatia e per averla lasciata sola.
Spero che per lo meno abbia sconfitto una delle sue paure.
 

La notte piove.
 

Il giorno seguente cerchiamo di raggiungere l’arco naturale. Una rete sbarra il passo. -Cosa facciamo?-
-Saltiamo.-
Si avvicina il custode. -Buon giorno, sono il custode. Saltate se volete. Non vi posso aprire perché è vietato entrare. Ma se saltate… io non acce visto niénte!- Saltiamo. Osserviamo l’arco naturale. Anzi, la parte restante, l’altra è in pezzi a terra, crollata di recente.
Tornando sui nostri passi incrociamo di nuovo il custode. Attacca a parlare. Dice che ha lavorato allo Iutificio di Terni per anni. Parla parla…
-Si, ma di grotte ce ne sono qui in torno?-
-Eh quante né volete… Ce n’è una proprio quì vicino: la grotta dei porci.-
Ci indica la strada.
Prendiamo la sterrata che scende lungo un calanco verso il mare. C’è una sbarra. Lasciamo le auto e proseguiamo a piedi. La strada cede il passo ad una mulattiera e la mulattiera ad un sentiero che, prima di inerpicarsi su un greppo, attraversa un campo. Un pastore ci raccomanda: -Oagliò quando passate chiudete la rete del letto.-
-Scusa pastore, sarai mica ubriaco?-
-La rete che fa da porta alla fine del sentiero.-
-Adesso ho capito che tu, pastore, non sei ubriaco. Ma il sentiero dove finisce?-
-In coppa.-
Ecco la rete, ecco il mare e la scogliera. Il sentiero prosegue sopra la scogliera, poi scende in una piccola spiaggia oltre la quale c’è un grosso scoglio ben levigato da raggiungere velocemente per non bagnarsi i piedi. Oltre lo scoglio inizia un’alta falesia. Alla base della falesia c’è sabbia. La sabbia viene sommersa e spazzata da onde alte non meno di due metri che s’infrangono sulla falesia stessa e si ritirano in gesto di sfida, invitandoci ad avanzare. L’idea accarezza le nostre menti malate. La grotta dei porci dev’esser là dietro. Infatti si scorge una rientranza dopo venti metri di falesia.
L’onda si ritira. Josè parte come un fulmine, senza scarpe e con i pantaloni alzati fino al ginocchio. Maurizio lo segue, scarpe in mano.
Parto anch’io, senza scarpe. Il ritardo di un paio di secondi non lascia scampo. Il mare arriva di colpo e mi sommerge fino alle ginocchia.
Ci ritroviamo tutti e tre in una stretta rientranza della falesia, non del tutto al sicuro dal mare. Infatti le onde più potenti arrivano a lambire i piedi. C’è un buco largo un paio di metri che si inoltre nel ventre della montagna restringendosi. -Sarà mica questo schifo la grotta dei porci?-
-Bè, se è dei porci…può essere.-
Il mare si ritira di nuovo e Josè parte come un razzo, andando ancora più avanti. Mi tolgo i pantaloni, la giacca, la maglia. Resto con i miei box rossi con un riquadro dove sono disegnati due porcini e intorno la scritta dorata: “La fortuna spunta come i funghi”.
Seguo Josè e Maurizio. Corro per circa sessanta metri sulla sabbia scura. Sembra una corsa infinita, lo sguardo rivolto al mare, alle creste bavose delle onde che si avvicinano senza pietà. La falesia rientra d’improvviso. S’apre un’ansa più profonda e sicura e la bocca dentata da stalagmiti di un grottone immenso, alto, all’interno, fino a quindici metri. C’è un leggerissimo stillicidio e morbida sabbia in terra, tant’è che l’esploriamo a piedi nudi.
Torno indietro, fermamente convinto di trascinare Loretta fin qui. Parto di corsa, come un folle. Per poco non mi scontro con Luca che sta arrivando in mutande dalla direzione opposta. Mi fermo un attimo nella piccola ansa, per far defluire un’onda. Aspetto il momento giusto e riparto. Incrocio Matteo. Svolto verso lo scoglio dove sono appollaiati gli altri, inseguito da un’onda. -Corri! Corri!- Tifano gli astanti.
Loretta ha già tolto le scarpe. Con gesto da gran cavaliere me la carico sulle spalle. Oppone resistenza per un attimo, sgomenta: stanca com’è di cacciarsi sempre in nuovi guai per seguirmi. Inizio a correre, goffo per il pesante fardello. Prima tappa ok. Seconda lunga tappa quasi ok. Ne esco zuppo. Loretta con le chiappe umide. Siamo a destinazione. Parte Luca. Va a prelevare Barbara e prole.
Restiamo una mezz’ora nel grottone. Arrivano anche Cristina e Giorgio. Fa il suo ingresso trionfale Barbara in mutande bianche trasparenti e occhiali da sole fra i capelli. Giorgio suona l’allarme: -Arriva l’acqua!- -Arriva che?-
-L’acqua, fino all’ingresso della grotta!-
Costringo Loretta in mutande.
Calcolo il tempo al mare e parto tirandomela dietro. Ci bagniamo appena. Ci rifugiamo a ridosso del buco nella piccola ansa. Lì ad aspettare c’è Luca con Barbara e Diego. Giulia, sei anni appena, la più piccola e, forse, la più savia, si è categoricamente rifiutata di seguire il padre. È voluta restare all’asciutto.
Parte Luca con Diego, parte Barbara, parto anch’io, tirandomi dietro Loretta a “strascico”. Questa volta è il mare a calcolare il tempo. Arriva un’onda immensa che sale improvvisa contro la falesia e sommerge Luca con il bambino e Barbara. Faccio quattro passi veloci indietro, mi fermo all’altezza dell’ansa. L’acqua sale fino alle ginocchia e prosegue oltre, non trovando la parete di roccia su cui far frittata di se. Luca riparte di corsa, tenendo Diego per un polso e sollevandolo. Barbara è caduta. Si rialza intontita e spaventata. Arriva una seconda onda che la fa cadere di nuovo. Si rialza. Arriva una terza onda che la manda giù: K.O. Il mare trionfante si ritira. Barbara si alza e corre via. La seguo tirandomi dietro la scalza Loretta. A tre metri dalla salvezza Loretta punta i piedi come un mulo. -Aih aih, i sassolini sotto i piedi. Aih aih che male.- E così dicendo volge lo sguardo al mare, anzi, alla grande onda in arrivo e, sgranando gli occhi, parte di corsa tirandomi dietro, scordandosi del male ai piedi.
Barbara ha perso gli occhiali. -Da sole?-
-No! Da 270,00 euro!-
Luca, eroe della giornata, torna fra i flutti alla ricerca del tesoro. Riemerge con il frontalino di Matteo.
Commento: -Vale meno ma è più utile.- PS:-Non lo dite a Barbara!.
Ci avviamo verso le auto fradici d’acqua e d’allegria.
Si fantastica di tornare e restare a dormire nella grotta dei porci.
 

La notte piove, grandina e tira vento.
Ascolto il rumore dei chicchi ghiacciati che impattano sul tetto del bungalow, confusi nel rombo impressionante del mare.
Mi sento al sicuro sotto le calde lenzuola.
Sorrido al pensiero della paura di Borchione per l’acqua ed alla quasi fobia di Claudio per “Lu Ragano”. Guardava oltre i vetri del bungalow a ridosso della spiaggia e ripeteva continuamente la stessa storiella, quando una volta, al campo di Cittareale, Vittorio, fissando la cima coperta da nuvoloni del monte Pozzone, disse: -Guardate, arriva Lu Ragano- intendendo l’uragano.
 

La mattina seguente le onde salgono i primi gradini verso il campeggio. Lambiscono la parete del bungalow occupato fino al giorno precedente da Claudio e famiglia.
A far colazione sotto la veranda del bar siamo rimasti in pochi. Brilla il sole nel cielo terzo.
Mi guardo intorno cercando di memorizzare ogni cosa, perché ho la sensazione che non tornerò in questo posto.
 

Abbiamo vissuto insieme, in diciassette, per tre giorni.
Mille sensazioni hanno attraversato le nostre menti abbandonando residui vischiosi e donando emozioni, a volte concomitanti, a volte contrastanti, ma indubbiamente figlie del passaggio veloce dello stesso soffio di tempo.
  

 

 

 

 

Esplorazione Sabato 05.01.08

Piove, tant’è che ci ritroviamo soltanto in tre all’appuntamento.
Decidiamo di andare lo stesso.
Il desiderio comune di smaltire le calorie in eccesso accumulate nel corso delle festività favorisce la scelta.
Josè, Maurizio ed il sottoscritto.
Posteggiamo laddove termina la sterrata: ai margini di un prato; sotto un giovane cerro.
Piove ancora.
Ci incamminiamo lungo il sentiero in costante salita.
C’è ancora luce.
Indosso una giacca a vento da strapazzo; pantaloni della mimetica; stivali nuovi di pacca; in testa un cappellaccio verde militare, in pandan con la mimetica.
Camminiamo per una ventina di minuti prima di abbandonare il sentiero. Seguiamo una traccia appena visibile di terra smossa che serpeggia fra i rovi e che, costeggiando una troscia, s’infila dritta nel bosco.
Sotto i licini sembra piovere più forte. Scrosci d’acqua improvvisi si abbattono dai rami smossi sulle nostre teste.
Perdo la traccia di sentiero.
Perdo l’ingresso della grotta.
Perdo la pazienza.
Inizio a percorrere in lungo e in largo quel maledetto tratto di bosco. Invano.
Sono completamente zuppo. La luce del giorno cala progressivamente ma veloce. Lo spettro della notte s’avvicina, carico del timore di non riuscire a trovare l’ingresso.
Eccolo finalmente. Urlo agli altri di venire.
Tolgo la giacca a vento. Indosso tuta speleo; casco; frontalino sul casco.
M’infilo nel buco.
Dentro è asciutto. Fa caldo. C’è odore di tana.
Avanzo nello stretto cunicolo, fino a raggiungere una spaccatura che scende per quattro metri. È larga quel tanto sufficiente per starci in piedi di traverso.
Ci mettiamo al lavoro. Il compito primario è quello di tirar fuori le pietre che nel corso del tempo hanno tappato la spaccatura. Inizio a smuoverle. Le passo, una ad una a Josè che, a sua volta, le stende a Maurizio appeso come un geco a un masso sporgente, più in alto. Maurizio le spinge lungo il cunicolo fino all’esterno.
Scopro il cadavere rinseccolito di un istrice. É lì da tempo. Lo ricopro subito scalciando terra.
Giù in basso soffia aria. Sposto una grossa pietra e il flusso d’aria aumenta improvvisamente. La terra sospesa sopra la pietra scivola tra i sassi  sottostanti. Teniamo il fiato. Sarà vuoto sotto? No. La terra smette di scivolare giù, saturando gli spazi. Ci sono altre pietre da spostare.
La forza per continuare, lo stimolo, cresce insieme agli spazi liberi presenti fra le pietre. É sostenuta dal flusso d’aria che sospinge la nostra fantasia verso il basso; verso ambienti sconosciuti; incontro alla verità.
Usciamo che è notte.
Piove ancora.
L’acqua cade sopra le pietre ammucchiate da Maurizio davanti all’ingresso.
Ci mettiamo in cammino senza cambiarci.
Ora è la tuta speleo a imbeversi d’acqua.
La luce del frontalino illumina il sentiero, quattro passi avanti ai miei piedi.
Intorno l’acqua suona la musica ritmata sullo xilofono del bosco: rami; foglie; pietre.
Un quarto d’ora e raggiungiamo la macchina.
Ci cambiamo prima di scendere verso la città.
Torneremo sabato prossimo per continuare a scavare.
Per continuare a sperare.
 

DOCUMENTARIO “LE MONTAGNE VUOTE DI CESI”

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41° corso di introduzione

 

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programma

Forra 2 piastrine

Domenica 06 Luglio 2007

Partecipanti: Nilio, Michela D., Fabrizio (il siciliano), Anna Maria, Andrea, Loretta, Fabrizio P, José, Lorenzo.  

Forra in esplorazione con partenza da Nortosce e uscita a Serravalle (Valnerina).

La forra inizia con un percorso immerso nel bosco per poi cominciare a scendere in un fosso posto sulla sinistra, dove si è proceduto camminando per un bel tratto fino ad arrivare ad un salto che si è provveduto ad armare con una delle due piastrine che avevamo a disposizione nel sacchetto d’armo. 

In tutto si sono effettuati 12 salti con l’ultimo e più importante di circa 40 metri.Non avendo materiale per gli armi, si sono sfruttati elementi naturali (alberi, sassi) in qualche caso con rischio per la vita di chi scendeva.

 In ogni caso siamo usciti soddisfatti e fieri per aver scoperto una nuova forra: Forra delle 2 piastrine.

Per altri dettagli e curiosità: forra.doc

Corsi SNS-CAI

XLIII Corso nazionale di perfezionamento tecnico - Costacciaro (PG) - 22 - 29/07 2007

XLIV Corso nazionale di perfezionamento tecnico - Malga Bosco Secco, Roana (VI) -04-11/08 2007

Corso di Fotografia in grotta - Pian del Cansiglio - 31/08 02/09 2007

Cavità artificiale e speleologia urbana “Fortificazioni in caverna: Il Vallo Alpino – La Linea Maginot” - Rocchetta Nervina (IM) - 19 - 23/09 2007 

 

Subterránea !La Fiesta!

Per chi fosse interessato, a Pradena (Segovia) - Spagna il 12,13,14 ottobre 2007 la Federación Española de Espeleología, per festeggiare i 25 anni di attività organizza per la prima volta un’interessante raduno speleologico che ha come obietivo consolidarsi come punto di ritrovo per tutto il mondo speleologico nei prossimi anni.

Per informazioni: Federación Española de Espeleología