Esplorazione Sabato 05.01.08

Piove, tant’è che ci ritroviamo soltanto in tre all’appuntamento.
Decidiamo di andare lo stesso.
Il desiderio comune di smaltire le calorie in eccesso accumulate nel corso delle festività favorisce la scelta.
Josè, Maurizio ed il sottoscritto.
Posteggiamo laddove termina la sterrata: ai margini di un prato; sotto un giovane cerro.
Piove ancora.
Ci incamminiamo lungo il sentiero in costante salita.
C’è ancora luce.
Indosso una giacca a vento da strapazzo; pantaloni della mimetica; stivali nuovi di pacca; in testa un cappellaccio verde militare, in pandan con la mimetica.
Camminiamo per una ventina di minuti prima di abbandonare il sentiero. Seguiamo una traccia appena visibile di terra smossa che serpeggia fra i rovi e che, costeggiando una troscia, s’infila dritta nel bosco.
Sotto i licini sembra piovere più forte. Scrosci d’acqua improvvisi si abbattono dai rami smossi sulle nostre teste.
Perdo la traccia di sentiero.
Perdo l’ingresso della grotta.
Perdo la pazienza.
Inizio a percorrere in lungo e in largo quel maledetto tratto di bosco. Invano.
Sono completamente zuppo. La luce del giorno cala progressivamente ma veloce. Lo spettro della notte s’avvicina, carico del timore di non riuscire a trovare l’ingresso.
Eccolo finalmente. Urlo agli altri di venire.
Tolgo la giacca a vento. Indosso tuta speleo; casco; frontalino sul casco.
M’infilo nel buco.
Dentro è asciutto. Fa caldo. C’è odore di tana.
Avanzo nello stretto cunicolo, fino a raggiungere una spaccatura che scende per quattro metri. È larga quel tanto sufficiente per starci in piedi di traverso.
Ci mettiamo al lavoro. Il compito primario è quello di tirar fuori le pietre che nel corso del tempo hanno tappato la spaccatura. Inizio a smuoverle. Le passo, una ad una a Josè che, a sua volta, le stende a Maurizio appeso come un geco a un masso sporgente, più in alto. Maurizio le spinge lungo il cunicolo fino all’esterno.
Scopro il cadavere rinseccolito di un istrice. É lì da tempo. Lo ricopro subito scalciando terra.
Giù in basso soffia aria. Sposto una grossa pietra e il flusso d’aria aumenta improvvisamente. La terra sospesa sopra la pietra scivola tra i sassi  sottostanti. Teniamo il fiato. Sarà vuoto sotto? No. La terra smette di scivolare giù, saturando gli spazi. Ci sono altre pietre da spostare.
La forza per continuare, lo stimolo, cresce insieme agli spazi liberi presenti fra le pietre. É sostenuta dal flusso d’aria che sospinge la nostra fantasia verso il basso; verso ambienti sconosciuti; incontro alla verità.
Usciamo che è notte.
Piove ancora.
L’acqua cade sopra le pietre ammucchiate da Maurizio davanti all’ingresso.
Ci mettiamo in cammino senza cambiarci.
Ora è la tuta speleo a imbeversi d’acqua.
La luce del frontalino illumina il sentiero, quattro passi avanti ai miei piedi.
Intorno l’acqua suona la musica ritmata sullo xilofono del bosco: rami; foglie; pietre.
Un quarto d’ora e raggiungiamo la macchina.
Ci cambiamo prima di scendere verso la città.
Torneremo sabato prossimo per continuare a scavare.
Per continuare a sperare.
 

1 Comment(s)

  1. Commento di Andrea on 9 Gennaio 2008 20:20

    Daje! Coscerno immagino! Evvai!

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