Bivacco al fondo di Cittareale. 19/21 settembre 2008

Bivacco al fondo di Cittareale. 19/21 settembre 2008

   

In settimana Luca mi chiama proponendomi di scendere al fondo nuovissimo di Cittareale e restarvi per più giorni.

Non ci penso nemmeno un attimo. Gli dico che va bene.

Luca parte il venerdì sera ed entra insieme a Fabio.

Io parto sabato mattina, appena riesco a liberarmi.

Per un pelo non becco Giorgio e Matteo che si sono appena messi in viaggio.

Accendo il cellulare mentre salgo lungo la strada per Leonessa e snocciolo uno ad uno i messaggi in memoria.

Richiamo un numero sconosciuto. Di solito non lo faccio ma potrebbe essere legato all’uscita in grotta. Con mia sorpresa risponde Mimmo. Mi chiede se per me va bene entrare insieme. Ok rispondo. Ci diamo appuntamento alla fonte di San Rufo. Chi arriva prima aspetta.

Neanche a farlo apposta arriviamo insieme. Lui sale da Cittareale, io scendo dalla parte di Terzone. Percorriamo insieme la strada sterrata fino alla fonte.

C’è Giorgio lì ad aspettare. Matteo si è incamminato per la salita. Da lì a pochi minuti parte anche Giorgio. Ci prepariamo e partiamo anche noi.

Alla fonte riempio acetilene e bottiglia dell’acqua.

Nel sacco ho una coperta, una cornamusa di carburo, viveri, isolene, un pacco di candele e una corda da sostituire a quella del pozzo da cinquanta.

Scendo tranquillamente per la via che ben conosco. Con Mimmo sistemiamo alcuni armi, cambiamo la corda del cinquanta. Scendendo gli armi diventano sempre più inquietanti. Pur se doppiati sono gli stessi della prima esplorazione, come le corde. Ogni volta che seguo questa via cerco di migliorare qualche cosa. Finisco le maglie rapide che porto con me. Ci sono ancora da sostituire sette otto moschettoni in lega e diverse corde. La prossima volta… 

Il ramo, che dovrebbe essere il più profondo del complesso carsico, termina con uno scivolo alla base di un pozzo. Lo scivolo è una vecchia frana superficialmente instabile che scende in una cavità abbandonata dall’acqua da tempi remoti. Bisogna scendere con cautela per non far partire pietroni che rotolerebbero sicuramente fino al fondo. Nel frattempo Luca, Matteo, Giorgio e Fabio hanno terminato di allestire il campo. Dovreste vedere quanto è bello e confortevole: un cubo trasparente, due e trenta x due e trenta, nailon pesante su supporti d’alluminio tensionati da cordini. Dentro, su un piano morbido d’isolene, sono ordinatamente riposti: bombola del gas, fornello, scatolette, minestre, cioccolata, acqua, coperte e candele. A proposito di candele: arrivato al fondo ne ho accese cinque, alcune poggiandole in terra, altre su mensole naturali nelle pareti di roccia.  Il punto in cui scavare era lì, a quattro metri dal campo, sul fianco di una frana, dove la grotta soffia. Abbiamo stabilito dei turni. Primo turno: Luca, Fabio e Giorgio. Secondo turno: io, Mimmo e Matteo. Il secondo turno è rimasto inoperoso perché il primo, scendendo un paio di metri, è arrivato a toccare la terra fine del fondo. Allora abbiamo cenato tutti insieme e bevuto una birra. Matteo ha cucinato, io ho tagliato il pane fresco che m’ero portato dietro, Mimmo ha affettato un tocco di speck: tanto per renderci utili! Poi tutti a dormire. Nel frattempo le candele s’erano consumate un bel po’. Avevo un gran mal di testa e non riuscivo a prendere sonno. Sentivo il respiro degli altri farsi sempre più pesante e lento. Con mia gran sorpresa Luca fletteva nervosamente la gamba ed il piede anche nel sonno. Gli ho rifilato una serie impressionante di calcioni ma dormiva tanto profondamente che nemmeno se né accorto. Ho fissato a lungo l’ultima delle candele, quella che stava resistendo al buio assoluto. La osservavo attraverso la trasparenza ondulata del nailon. Ho continuato a tenerle gli occhi puntati finché non si è spenta. E non avrei scritto tanto su questa candela se non mi avesse colpito il modo particolare in cui s’è spenta. Per la verità quella è stata la prima volta che ho visto una candela consumarsi del tutto fino a spegnersi e magari è normale. Resta il fatto che mi ha colpito. Avevo poggiato quella candela su di uno sperone di roccia ad un metro e mezzo d’altezza, ad un metro di distanza dal rifugio. Ero sdraiato su di un fianco, sotto la coperta, gli occhi fissi alla candela, anzi, a quel che restava della candela, cioè nulla o quasi: pochi millimetri di stoppino sulla nuda roccia. Cercavo di non battere le palpebre, per la paura di perdere il momento in cui si sarebbe spenta. La fiamma non intendeva arrendersi al suo destino: continuava a traballare, restando accesa.  L’ultimo sbuffo di luce si è avvitato nell’aria staccandosi dallo stoppino. Salendo incontro al buio è scomparso senza perdere d’intensità.  È rimasta soltanto l’ombra della fiamma sospesa davanti ai miei occhi.  

 

Fabrizio

 

 

 

 

1 Comment(s)

  1. Commento di Cave_bit on 10 Ottobre 2008 17:07

    Peccato esser lontani.Mi è piaciuta un sacco quella grotta.E pure la compagnia non è male.
    Attendo il proseguo del racconto…e il prossimo anno spero di poter tornare per il 50°.
    Ciauuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuz
    Mau

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