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Piratage! di Giovanni Badino – Io non sono proprietario della grotta, ma della mia esplorazione

Riprendo qui il titolo di un divertente articolo di Andrea Gobetti su Grotte 60, del 1976, dove raccontava della loro intrusione in una esplorazione in corso. Che io ricordi è stato l’unico che ne ha scritto da “colpevole”.

La speleo-pirateria è stata un’attività sovente minacciata, storicamente temuta, ma che in realtà è sempre stata ben poco praticata. Anzi, come vedremo il teorico rischio del piratare esplorazioni ha fatto assai più danni delle piratate stesse, perché ha indotto diffusi comportamenti di chiusura e di ostilità fra i gruppi grotte. Soprattutto, ha obbligato i neofiti a scegliere se adottare ridicoli Comportamenti di Branco Chiuso o rinunciare a far speleologia; purtroppo hanno continuato i più stupidi.
Su SpeleoIt, di recente, ci sono state polemiche al riguardo, con qualcuno che ammantava di nobiltà questi comportamenti, facendo auspici di condivisione (“Facciamo un’orgia?”, “Va bene, quanti siamo?, “Se viene anche tua moglie siamo in tre”…), reprimenda per le grotte chiuse e via così arrampicando sui vetri, con una serie di mail che mi ha fatto respirare un po’ di speleologia di tanti anni fa.

Vediamo meglio. Parto da un notevole problema ampiamente analizzato dagli economisti e attorno al quale noi speleologi giriamo di continuo, la cosiddetta “Tragedia dei Beni Comuni” (Tragedy of Commons). Si tratta del fatto che quando una comunità ha un bene in comune, ad esempio un campo, ciascuno dei suoi membri tende a iper-sfruttarlo sino a provocare la rovina del bene e, spesso, della stessa comunità. In Wikipedia su questo problema si trova molto materiale interessante, e non lo ripeto. Ne consiglio la lettura perché è ricchissima di spunti per interpretare il nostro mondo.
Noi, infatti, abbiamo come bene in comune il Mondo delle Grotte e quindi, identicamente a tante comunità del passato, abbiamo ansie di sfruttamento, desideri di esclusiva e ci irritiamo se qualcun’altro ne approfitta (chiude la grotta, la adatta al turismo, ci fa la guida), sempre che, naturalmente, non siamo noi stessi o nostri amici a farlo.
Il discorso però qui si fa più sottile, perché la gran parte di questo “bene comune” è ignota, e mi pare che la speleologia consista proprio nel piacere di ampliarlo.
Non ho ancora conosciuto uno speleo che vada in grotta per il piacere che “si sappia” come è fatta, uno che sfogli con golosità i catasti di remote regioni accarezzandone i rilievi.
Anzi, sono sicuro che se proponessi a quelli di InGrigna di farsi sostituire dai miei amici Russi, che ben volentieri verrebbero quest’estate a esplorare e rilevare il Fiumlacc a monte delle sue sorgive, per poi dar loro tutta la documentazione, mi prenderebbero per matto. L’esplorazione laggiù è faticosa, infantile, difficile, pericolosa e così via, ma la vogliono fare loro lo stesso. Personalmente.
Io non lo trovo per nulla strano.
Tu sì?
Non fai speleologia.
Ho sempre e solo conosciuto gente che va sottoterra per il piacere e l’emozione di esplorare.
E perché allora si finge che il piratare sia per altri nobili motivi?
In genere si evoca orrore per le grotte chiuse, libertà di azione sul Bene Comune e via così. Che c’entrano queste cose? Stranamente, negli anni, non ho mai sentito enunciare la soluzione, che è semplicissima:

Le Grotte non sono di Nessuno.
Le Esplorazioni sono di Chi le Sta Facendo
.

Macché, non si aveva neppure il coraggio di dire che, saputo che quella grotta continuava, ci si era andati per Essere i Primi, oppure per sfregio a qualcuno antipatico. No, erano sempre Motivi Ideali.
Una scusa frequentissima era che “quelli lì ci stavano impiegando troppo tempo”; già, perché le grotte hanno fretta di essere esplorate, e ovviamente quella lì è l’unica “che continua”, nel minimo orizzonte culturale del pirata.
Un’altra scusa storica era che “quelli lì non pubblicavano”; è vero, è una crudeltà, neanch’io riesco a prendere sonno se non ho ben presente il rilievo delle parti “nuove” di certe grotte di cui sino a ieri ignoravo l’esistenza.
Un’altra scusa molto comune, e molto ipocrita, era per rivendicare la libertà di andare in grotta, che notoriamente sono “di tutti” –notate che in genere si dice così e non che “non sono di nessuno”, non sia mai che mi ritrovi senza…-. A quel punto, nel girovagare a caso nella grotta si cadeva “sulla prosecuzione”, di cui gli altri non si erano accorti perché erano degli incapaci e da quel momento, ovviamente, l’esplorazione diventava di noi nuovi arrivati: vae victis, “ma che di tutti, quella l’abbiamo trovata noi!”
E poi c’erano le grotte chiuse. “Poffarre, chi osa pretendere che io chieda il permesso per accedere al Bene Comune, soprattutto se è da esplorare?”. Che a volte le grotte sono chiuse per ottimi motivi, anche se ci secca ammetterlo.
E quindi un cancello era un’ottima scusa per una piratata e a volte, ben peggio, per fare danni alla grotta per semplice sfregio. Per rivendicare la propria libertà sul Bene Comune.
A me sarebbe sempre piaciuto vedere questi coraggiosi, in genere provenienti da città ben lontane dalle grotte, assumere questi comportamenti per grotte chiuse non da pazienti sindaci, ma da tranquille comunità locali come quelle di Oaxaca o del Supramonte di Orgosolo: a pensarci mi viene da ridere.

Ma lo scopo di questa nota non è per reprimere il furto della verginità di un pozzo o cose simili, perché le conseguenze di queste azioni, anche conoscitive, sono sempre state molto limitate: non esplori gran che in una piratata e non puoi neppure fare gran danni. Ma c’è un aspetto grave, che è l’uso che si fa della possibilità del sottrarre il piacere dell’esplorazione a chi l’ha impostata.
Anche qui abbiamo un esempio nel mondo esterno, il terrorismo e il controterrorismo. Il primo fa danni, ma limitatissimi e strategicamente irrisori; per raffronto, durante la Seconda Guerra Mondiale sono morte circa 20 persone al minuto per oltre duemila giorni… In pratica, per fortuna, le probabilità di essere coinvolti in un attentato sono quasi nulle.
La risposta degli stati a questa minaccia è invece necessariamente pervasiva, ossessiva, onnipresente, ha provocato un degrado delle relazioni sociali realizzando lo scopo del primo, che ha obbligato a mettere su il controterrorismo diffuso. E, d’altra parte, a tanti stati fa comodo avere scuse per creare strutture repressive capillari: credo che in molte stanze dei bottoni ci sia chi pensa che se il terrorismo non ci fosse bisognerebbe inventarlo…
Tornando a noi, un tempo i gruppi-branchi erano strutture chiuse che approfittavano di improbabili rischi di piratate per realizzare controllo sociale sui propri componenti, con attività segrete, rilievi non pubblicati e così via.
Se narrassi la fatica che abbiamo fatto per uscire da quelle sabbie mobili, scriverei un libro, non un articolo. Ma siamo riusciti a fare le InterGruppo, poi grandi esplorazione in collaborazione, a creare una struttura nazionale per la ricerca di nuove aree carsiche senza “proprietari” (il Crak), a pubblicare persino un bollettino di speleologia trasversale (SpeleoTranx), poi ad inventarci SpeleoIt, a raccontare ad “avversari” dove stavamo esplorando, a pubblicare rilievi coi punti interrogativi, e tante altre cose, pagando il prezzo di litigare in Gruppo e di essere isolati dal Branco. E abbiamo continuato a condividere, fottendocene della socialità di branco.
E invece queste piccole scorrettezze spingono a tornare indietro, a stare zitti, a raccontare bugie come si faceva un tempo. I pirati sono funzionali alla rinascita della frammentazione in branchi chiusi con tanto di capibranchi, ruoli, segreti e così via. Una speleologia alternativa, una speleologia “contro”? Macché, sono rigurgiti di vecchie fognature ben note.
Insomma, queste piccole scorrettezze da piccoli idioti danno forza a grandi idioti per impedire di fare ricerche con serenità e condivisioni.
A voi piace? A me no.
Per questo ne ho scritto.

Io non sono proprietario della grotta, ma della mia esplorazione.

Giovanni Badino

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