Caro Lettore assiduo di Scintilena, caro speleologo che ci segui da tanti anni, caro collaboratore che hai contribuito a scrivere tanti o pochi articoli qui, è giunta l’ora di conoscere colui che ha permesso tutto questo…

Prologo – Nel 1979, più o meno, un ragazzino di nome Andrea Scatolini visitò le grotte di Frasassi, appena scoperte. Una scintilla scoccò nella mente di quel bambino: “io voglio fare come quelli che scoprirono queste grotte, da grande voglio fare lo speleologo”, e da li una lunga serie di circostanze mi portarono in un gruppo speleo, e poi mi fecero venire la pazzia di scrivere un notiziario di speleologia.
Grazie ad uno sconosciutissimo ragazzo che si inerpicò su per il pendio della gola di Frasassi, io ho goduto di un Mondo Sotterraneo che mi sarebbe rimasto nascosto forse per sempre, come forse per molti anni ancora sarebbe rimasta celata la grotta di Frasassi (in realtà dal Fiume gli speleologi erano già entrati nel complesso e prima o poi avrebbero imbroccato la giusta via) e questo ha fortemente caratterizzato una buona parte della mia vita. Ho conosciuto Amici, ho sudato, ho avuto fame, freddo e sonno sotto pozzi interminabili, e ho raccontato più di 10 anni di speleologia da questo pc in casa mia.

Ecco una storia che sanno in pochi; nel 45esimo anniversario della scoperta di quelle grotte Lui mi telefona ad ora di cena e a mio figlio dice “Sono Rolando Silvestri, sono lo scopritore delle Grotte di Frasassi“.

Intanto GRAZIE (Andrea Scatolini)

ecco come andò, raccontata in prima persona, dall’inizio… a me vengono i brividi.

25 SETTEMBRE 1971

Il mio nome è Rolando Silvestri.
“Tante e tali sono state le attribuzioni presunte che la confusione creata dalle false versioni messe in circolazione ha fatto sì che a ROLANDO SILVESTRI, vero ed unico scopritore della Grotta Grande del Vento di Frasassi, ancora fino ad oggi, venga pubblicamente e scorrettamente “sottratto”, senza mai menzionarlo, tale merito. Molti altri speleologi del Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I. di Ancona (e non solo) hanno poi contribuito all’esplorazione di questo meraviglioso mondo ipogeo, ma senza la sua fortunata intuizione chissà quanti decenni o centinaia di anni sarebbero ancora trascorsi prima di scoprirlo.
Così scrive Giancarlo Cappanera e gliene sono grato, ma io ho il dovere e l’obbligo morale di correggere questa sua attribuzione; mi è, quindi, gradita questa occasione per farlo e dividere il merito della scoperta al 50% con con un’altra persona senza il cui contributo questa grotta non sarebbe mai stata scoperta.
Questa persona è GIANCARLO CAPPANERA. Il perché, anche se facilmente immaginabile per chi conosce la storia, lo spiegherò nel prosieguo.
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25 SETTEMBRE 1971
La storia della scoperta della Grotta Grande del Vento è sancita da questa data. Effettivamente era il 25 settembre 1971 (e non il 21 settembre 1971 come qualcuno disse all’inizio), un sabato, quando verso le 10 di sera RITROVAI quel foro nella montagna di cui scrivono tutte le guide e che fu la “porta d’ingresso” della grotta che venne in seguito battezzata “Grotta Grande del Vento” per l’espediente impiegato a scoprirla di cui parlerò in seguito. Mettemmo l’aggettivo Grande non tanto perché ci rendessimo conto della grandezza della grotta, ma solo per distinguerla da “La Grotta del Vento” che si trova nel nord della Toscana, in Garfagnana.
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Ho usato il verbo ritrovai, al passato, perché quel foro lo avevo già scoperto tre mesi prima quando in compagnia di un mio amico, Umberto di Santo, ci avventurammo a scalare la pendice nord del monte Valmontagnana.
Erano quatto anni che frequentavo le terme di San Vittore, cioè, da quando il medico di famiglia mi diagnosticò una sinusite e come terapia mi prescrisse le cure termali. (In realtà si trattava di un raffreddore allergico).
Così ogni anno alla fine della scuola mi facevo, da pendolare, quindici giorni alle terme di S.V..
Partenza da Palombina Nuova, dove abitavo, alle sei e mezza del mattino con il filobus, trenino tipo Far West a Falconara alle sette, arrivo a S.V. alle otto, fine delle cure ore nove.
Il treno per il ritorno a casa non sarebbe arrivato se non a mezzogiorno e mezzo e quindi avevo più tre ore di tempo da spendere vagabondando a caso, lungo il fiume Sentino, arrampicandomi in qualche sperone di roccia e da lì ammirare la vista che mi si proponeva o fermandomi sotto ad un albero a leggere il libro di turno che mi ero portato.

Se mi permettete vorrei esprimere la sensazione che provai la prima volta che andai a San Vittore.
Come ho detto abitavo a Palombina Nuova e per me il mondo era costituito dalla spiaggia e dal mare. Era un mondo piatto, fatto di due dimensioni, lunghezza e larghezza, mancava la terza dimensione: l’altezza.
Ero come un abitante di un ipotetico modo bidimensionale che prende coscienza della tridimensionalità: per me questo fu il canyon di S.V. di Genga.
Ricordo ancora vivamente la sensazione che provai il momento che entrai con il treno in quel mondo tridimensionale a me sconosciuto.
Questo avvenne la prima volta che andai alle terme con i miei genitori che mi accompagnarono spiegandomi tutto sugli orari dei treni e quant’altro potesse essermi utile, in modo tale da poter, in seguito, fare da solo (avevo solo 14 anni allora, ed erano 14 anni del 1967).
La sensazione fu di stupore, meraviglia nel vedere quel mondo a me sconosciuto fatto di montagne, gole, insenature e da quel piccolo fiume, il Sentino, che con pazienza e tenacia, aveva scavato quella meraviglia nel corso di milioni di anni.
Avevo 14 anni è non avevo (non avevamo) il telefonino: non c’era Facebook e tutte le altre subdole droghe mediatiche, e non, del giorno d’oggi.
Scusate la disgressione, frutto di ricordi e sentenze senili e permettetemi di ritornare all’argomento della scoperta di quello che io chiamo il “buco”.
Voglio solo anticiparvi che la scoperta è stata la naturale conseguenza di quattro fatti cronologicamente susseguitesi nel giusto ordine, nell’arco di tempo di tre mesi di quel lontano 1971.
PRIMO FATTO
Fine giugno 1971. Una sera il mio amico Umberto mi chiese che cosa facessi la mattina visto che non mi si vedeva mai. Gli raccontai delle cure termali che facevo a S.V., illustrandogli la bellezza del posto e ……e lo convinsi a venire con me il giorno dopo. (Questa è la partenza: il primo fatto che ha portato alla scoperta della Grotta).
Fu così che il giorno dopo mi trovai a S. V. con Umberto. Espletate le abituali cure, rimanevano le solite tre ore e mezza di tempo prima dell’arrivo del treno di ritorno.
Come ammazzare il tempo? (Allora non avevo la percezione che in realtà è lui ad ammazzare noi).
Proposi di arrampicarci fino al Foro degli Occhialoni, ma l’impresa FORTUNATAMENTE, per gli sviluppi successivi della storia successiva, fallì.
Infatti dopo qualche metro di arrampicata, ci trovammo nell’impossibilità di proseguire; pena fare un volo di venti metri nel sottostante fiume Sentino.
Delusi tornammo sulla strada e decidemmo di salire nell’altro versante per vedere il Foro degli Occhialoni da un’altra prospettiva (qualcosa dovevamo pur fare!!!).
Salimmo fino dove fu possibile, cioè fin dove c’era la vegetazione e ci trovammo su un piccolo spiazzo in piano. Credo che fosse un terrazzamento di frana. Ci fermammo per un’oretta, a parlare e a fumare (nazionali esportazione senza filtro, pacchettino verde da 10 sigarette, con disegnata una caravella, costo 110 lire, attuali 5,68 cent.; tanto potevamo permetterci… quando ce lo potevamo permettere !!!).
Dopo di che decidemmo di scendere. Mi affacciai da questo terrazzamento di frana, vidi che non era poi tanto alto e feci un salto. Mi girai e scorsi nella parete della montagna un “buco”. Chiamai Umberto e decidemmo in maniera abbastanza incosciente di entrare, senza pensare minimante al pericolo che potessero esserci delle vipere, dei scorpioni o altri animali. Raccogliemmo degli arbusti da accedere una volta dentro per fare luce, ci togliemmo la camicia per non sporcarci più di tanto e…. entrammo. Io davanti, Umberto dietro.
Quando mi resi conto che la volta del cunicolo era più alta accesi un fiammifero, diedi fuoco a quella torcia improvvisata e vidi una stanza non grande. Fu solo un flash. Non vidi altro se non la presenza di decine e decine di insetti che infastiditi dalla nostra presenza e dal fuoco sembravano impazziti.
Facemmo un poco dignitoso dietrofront e uscimmo.
Restava in me la delusione di non aver potuto vedere se quella stanza, che avevo appena intravista, continuasse in qualcosa di più grande, ma mai avrei pensato ad una cosa come la Grotta Grande Del Vento. Decisi, quindi, che sarei ritornato.
Ora mi si poneva il problema di come ritrovare quel “buco”. Non c’era nulla intorno che potessi prendere come riferimento (una roccia, un albero, un fosso); c’erano solo arbusti.
Presi allora come riferimenti il Foro degli Occhialoni e un ponticello, che scavalca il Sentino, sulla sottostante strada. Vidi che se fosse stato possibile tracciare una retta dal centro del Foro degli Occhialoni verso me e una retta parallela dall’asse del ponticello e questa portata alla stessa altezza della prima, ebbene, le due rette si sarebbero dovute intersecare nel punto in cui mi trovavo.
Mi rendevo, però, perfettamente conto che ad un simile teorema non si sarebbe potuto scrivere alla fine C.V.D. (come volevasi dimostrare), ma era l’unico modo per poter sperare di ritrovare quel “buco”.
SECONDO FATTO
IL GIORNO DOPO quest’avventura conobbi Stefano Fiori. Facemmo subito amicizia. Lui mi disse di far parte del GRUPPO SPELEOLOGICO MARCHIGIANO e mi raccontò delle attività svolte, delle escursioni in grotta ecc. ecc. Visto il mio interessamento propose di presentarmi al G.S.M. E così fu lui che mi introdusse nel gruppo.
Passai l’estate 1971 con i ragazzi del G.S.M. visitando grotte che altrimenti non avrei mai potuto vedere, senza però mai dire nulla ad alcuno della mia scoperta di giugno tanto mi appariva, a quel punto, insignificante.
TERZO FATTO
Un giorno tornando a casa in treno da Urbania, nel prendere la coincidenza a Fano incontrai Giancarlo Cappanera. Lui era uno dei più grandi del gruppo, un guru dei più esperti di grotta. Naturalmente ci mettemmo a parlare di grotte. Ad un certo punto mi disse:
– Sai Rolando i gruppi speleologici di Jesi e Fabriano stanno perlustrando le montagne di S.V. in zone dove non è data la presenza di grotte; sicuramente sperano di fare qualche nuova scoperta.
Fu allora che per la prima volta raccontai a qualcuno della mia scoperta.
Giancarlo ascoltò con molta attenzione il mio racconto è realizzò subito che valeva la pena di andare a vedere se il “buco”, da me descritto, aveva degli sviluppi e programmò seduta stante, per il sabato successivo, una spedizione e questo nonostante la mia perplessità di poter ritrovare in cima a un monte un “buco” di un metro di lunghezza per quaranta centimetri di altezza circa, malgrado i riferimenti che avevo preso e che facevano acqua da tutte le parti.
E fu così che il sabato successivo partimmo per S.V. alla ricerca del misterioso “buco”.
È per questo motivo che, come ho detto all’inizio, DEVO ASSOLUTAMENTE dividere il merito della scoperta con Giancarlo, perché se è vero che io ho scoperto l’ingresso della grotta è altrettanto vero che se Giancarlo non mi avesse creduto e non avesse organizzato la successiva spedizione, la grotta sarebbe sicuramente ancora lì, immersa nel suo sublime silenzio.
QUARTO FATTO
Riuscii a ritrovarlo alle dieci di sera (il “buco”).
Entrammo non senza difficoltà nello stretto imbocco, questa volta armati di pile e lampade al carburo. Ritrovai la stanza che avevo appena intravvisto tre mesi prima, ma per me fu una delusione. La cosa sembrava finire lì, non c’erano altre stanze o cunicoli che lasciassero presagire uno sviluppo della grotta. (Unica consolazione fu il fatto di non essere considerato un mitomane).
Giancarlo e gli altri componenti della spedizione, molto più esperti di me (non ricordo chi fossero, ma non eravamo più di quattro o cinque) non si arresero davanti all’evidenza e cominciarono a vedere se da qualche foro nella roccia uscisse dell’aria, segno che al di là la grotta proseguiva, e questo usando dei fiammiferi. Ricerca che fu delle più felici perché da un piccolo foro sulla sinistra usciva dell’aria che riusciva a spegnere la fiamma del fiammifero.
Era un foro non più grande di quello da cui eravamo entrati, ostruito da terra e quindi facilmente liberabile. Cominciammo quella sera stessa, con le mani, a cercare di levare la terra e… il resto è storia nota, magistralmente raccontata da FABIO STURBA nel suo libro.

APPENDICE (una nota poetica)
Scrive Fabio a pag. 81 del suo libro:
Ripensandoci, ancora oggi mi capita di chiedermi perché proprio noi, siamo stati così fortunati? Non lo so, forse qualcun altro di fronte a quel piccolo, insignificante, buco sulla parete, parzialmente ostruito da terra e radici, non avrebbe perso tempo a scavare e sarebbe passato oltre. Giancarlo e i ragazzi no, gli hanno dato fiducia, lo hanno allargato e sono entrati e la grotta li ha ripagati con quel soffio, quel respiro che forse voleva dire: “Sono qui, vi stavo aspettando”.
Anch’io nel corso degli anni ho ripensato diverse volte a quell’estate del 1971 e alla scoperta della Grotta Grande del Vento, e da come andarono le cose sono arrivato alla conclusione che questa grotta VOLEVA E DOVEVA assolutamente essere scoperta.
Da appassionato della cultura dei nativi americani, unici popoli al mondo che vivevano in perfetta armonia con la natura, realizzando uno stile di vita e una religione con la quale ricercavano la consonanza tra la propria esistenza e le forze spirituali che percepivano in ogni essere vivente o cosa attorno a loro, mi piace pensare che sia stato il GRANDE SPIRITO DELLA GROTTA a dire “Sono qui, vi stavo aspettando”. Stanco di ascoltare il “rumore del silenzio” ha fatto in modo che si verificassero quattro fatti, che nella giusta
sequenza, portarono nel breve arco di tempo di tre mesi alla scoperta della grotta.
1. UMBERTO che viene a S.V.. Sicuramente da solo non avrei fatto la sfacchinata di arrampicarmi in cima a un monte.
2. La conoscenza fatta, IL GIORNO DOPO, di Stefano Fiori che faceva parte del G.S.M. e che mi introdusse nel gruppo.
3. L’INCONTRO SUL TRENO DI GIANCARLO CAPPANERA, la sua disponibilità a credere al mio racconto e a organizzare la spedizione del sabato seguente.
4. La fortuna di quel 25 settembre 1971 di RITROVARE di notte, alla 10 di sera, in cima ad un monte quel “buco”. E qui mi seduce l’idea che ha guidarmi fu il GRANDE SPIRITO DELLA GROTTA.
CONCLUSIONE
Con questo avrei concluso, ma prima vorrei dire un’ultima cosa riallacciandomi a quanto detto all’inizio e spendere due parole sul fatto che anch’io, CARO GIANCARLO, effettivamente, nel corso degli anni mi sono imbattuto spesso in articoli di giornale, trasmissioni televisive (per esempio “Sereno Variabile”) in cui tutti si prendevano il merito di questa scoperta, tralasciando, AR-TA-TA-MEN-TE, di fare il TUO e il MIO nome e, a volte, persino minimizzando e svilendo il ruolo avuto dagli altri ragazzi del G.S.M. C.A.I. di Ancona.
Questo avveniva scrivendo o parlando in modo E-GO-TI-STA, in prima persona, nell’esagerata considerazione narcisistica di se stessi e del ruolo avuto in questa scoperta.
In realtà queste persone, che tanto merito si sono preso in maniera del tutto autoreferenziale, non furono altro che un E-PI-FE-NO-ME-NO all’interno del gruppo di appartenenza, sia che questo fosse il G.S.M. C.A.I. di Ancona o di Jesi o di Fabriano, cioè furono un aspetto SECONDARIO, ACCESSORIO, la cui presenza o meno, UNA VOLTA SCOPERTA LA GROTTA, non avrebbe MINIMAMENTE influenzato lo svolgimento della storia successiva, né tantomeno cambiata quella pregressa.

Mi si conceda, quindi, la presunzione di poter affermare che i campioni, Coppi e Bartali di questa storia, furono GIANCARLO CAPPANERA e ROLANDO SILVESTRI: medaglia d’oro ex aequo, e a seguire, a pari merito, tutti gli altri allora ragazzi del G.S.M. C.A.I. di Ancona: medaglia d’oro anche a loro.
Spero, comunque che anche per questi autoreferenziali signori, si avveri il famoso aforisma di Andy Warhol che se non ricordo male recita:
«TUTTI NELLA VITA DEVONO ASPETTARSI, PRIMA O POI, 15 MINUTI DI CELEBRITÀ».
Per quanto riguarda me, questi 15 minuti, li ho appena avuti e consumati.


Rolando Silvestri, oggi

GRAZIE.
Écrasez l’infâme

Architetto originario di Urbania (PU), è stato il vero ed unico scopritore dell’entrata alla Grotta Grande del Vento di Frasassi, colui che durante la spedizione Cappanera del Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I. di Ancona, il 25 settembre 1971 rintracciò la zona esplorata con Umberto di Santo ed indicò il punto da dove gli speleologi poterono entrare all’interno della grotta.
Giancarlo Cappanera

Ndr.: Volete conoscere il resto di quella storia?
Eccola qui, on line: http://www.frasassigsm.it/category/la-vera-storia/ e poi ci sono due libri, e forse ce ne saranno anche altri.

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