Mappa della localizzazione di Dzudzuana e altri siti in Imereti (Giorgi Balakhadze, CC BY-SA 4.0)

La scoperta del blu primordiale: gli archeologi hanno trovato nella grotta di Dzudzuana tracce di indaco risalenti a 34.000 anni fa

La scoperta riscrive la storia dei colori e della cultura preistorica

di Dario Radley — 7 settembre 2025

Situate nel villaggio di Mkhvimeni, nel distretto di Chiatura, nel Caucaso, le Grotte di Dzhudzuana sono studiate da archeologi provenienti da Georgia, Israele e Stati Uniti, per cercare di esplorare e ricostruire i percorsi migratori dei primi esseri umani durante il Paleolitico superiore, concentrandosi in particolare su Homo sapiens.

In una piccola grotta qui, tra le montagne, un frammento dimenticato di preistoria è tornato a parlare: aA Dzudzuana, in Georgia, un’équipe internazionale di ricercatori ha scoperto le prime tracce conosciute di tintura blu risalenti a 34.000 anni fa. La sostanza? L’indaco, uno dei pigmenti più iconici della storia dell’umanità.

Grotta calcarea nel plateau di Zemo Imereti, Georgia
Questa immagine mostra il paesaggio carsico del Caucaso occidentale dove si trova la grotta di Dzudzuana, luogo della scoperta delle tracce di indaco più antiche mai identificate (ca. 34.000 anni fa).
Foto di Levan Tsertsvadze, via Wikimedia Commons. Licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0) – commons.wikimedia.org/wiki/File:Caves_in_the_Zemo_Imereti_Plateau,_Georgia,_Caucasus.jpg

Tracce microscopiche, significato enorme

Sulle superfici consumate di sei ciottoli levigati – antichi strumenti per macinare – gli archeologi hanno rilevato residui vegetali e granuli blu fibrosi.

Grazie a tecniche avanzate come la spettroscopia Raman, l’FTIR e la microscopia confocale, hanno identificato la presenza di indigotin, il composto chimico che dona all’indaco il suo inconfondibile colore.

La scoperta, pubblicata su PLOS ONE, anticipa di millenni ogni precedente evidenza nota dell’uso di coloranti blu. Fino a oggi, l’indaco era considerato una scoperta del Neolitico o dell’Età del Bronzo.

Dzudzuana cambia le carte in tavola.

L’indaco

Il nome indaco deriva dal latino indicum: “proveniente dall’India”, ma in realtà è stato usato in molte culture, da quelle europee a quelle asiatiche. È un colorante naturale estratto da piante come l’Isatis tinctoria (guado) o l’Indigofera tinctoria, entrambe contenenti l’indigotin.

In inglese, questo pigmento è noto come indigo, termine oggi largamente usato anche in ambito scientifico (e cosmetico).

Indaco o Indigo?

Nel testo scientifico originale si parla di indigo, ma in italiano il termine corretto è indaco.

Entrambi si riferiscono alla stessa sostanza. L’indigotin è il principio attivo che, a contatto con l’aria, sviluppa il tipico blu profondo.

L’indaco non è commestibile e persino tossico: questo significa che gli esseri umani del Paleolitico lo raccoglievano, lo lavoravano e lo usavano consapevolmente, non per nutrirsi, ma per altri scopi — decorativi, simbolici o forse terapeutici.

Un altro colore del Paleolitico

La scoperta dell’indaco a Dzudzuana riaccende l’interesse su quello che gli archeologi chiamano la “maggioranza mancante” della preistoria: tutti quei materiali organici — fibre, piante, pigmenti — che raramente si conservano nel tempo. La nostra conoscenza del Paleolitico si basa soprattutto su pietra e ossa. Ma questa scoperta mostra che i nostri antenati avevano già una relazione sofisticata con il mondo vegetale.

Disegnavano? Si dipingevano il corpo? Tessevano fibre e le tingevano? Non lo sappiamo con certezza.

Ora abbiamo una prova concreta che il colore blu — potente, raro, profondo — era già presente nella tavolozza dell’umanità 34.000 anni fa.

Il sito

La grotta di Dzudzuana, in Georgia, è uno dei siti paleolitici più importanti della regione. Le pietre su cui è stata trovata l’indaco erano state scavate già negli anni 2000, ma solo oggi, con nuove tecniche analitiche e strumenti come la luce di sincrotrone dell’Elettra di Trieste, è stato possibile identificarne il contenuto molecolare.

La scoperta dell’indaco paleolitico, l”ancient blue‘ del titolo, è un indizio potente della complessità simbolica e culturale degli esseri umani di 34.000 anni fa.

È il segno che già allora qualcuno aveva deciso che valeva la pena tingere il mondo di blu.

Migliaia di anni fa, i ciottoli di Dzudzuana sono stati strumenti usati per produrre il blu, e per questo sono rimasti macchiati del pigmento: per colorare o dipingere il corpo o fibre tessili.

E ancora oggi troviamo l’indaco nelle polveri per tingere i capelli, a raccontare una storia lunga millenni. Ogni volta che lo usiamo, senza saperlo, ripetiamo un gesto antico, portando avanti una tradizione fatta di piante, colori e trasformazioni.

Una tradizione millenaria che continua ancora oggi.

More information: Longo, L., Veronese, M., Cagnato, C., Sorrentino, G., Tetruashvili, A., Belfer-Cohen, A., … Hardy, K. (2025). Direct evidence for processing Isatis tinctoria L., a non-nutritional plant, 32-34,000 years ago. PloS One20(5), e0321262. 

doi:10.1371/journal.pone.0321262

https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0321262

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