La Montagna di Santa Croce a Narni custodisce una stratificazione umana continua che va dal Neolitico alle esplorazioni speleologiche contemporanee: cacciatori preistorici, costruttori romani, eremiti medievali e minatori pontifici hanno tutti lasciato tracce in queste cavità.


La Grotta dei Cocci e l’Archeologia Speleologica nelle Grotte di Narni

Sul versante destro del Nera, nel fianco occidentale del Monte Santa Croce, si apre una delle grotte preistoriche più significative dell’Umbria: la Grotta dei Cocci. Il nome non lascia spazio a dubbi — frammenti di ceramica — e rivela già il contenuto di questa cavità scoperta nei primissimi anni Cinquanta del Novecento da un gruppo di scout narnesi, tra cui Irmo Ceccaroli e Paolo Ceccarelli, che segnalarono il ritrovamento al professor Carlo Castellani, Ispettore Onorario ai Monumenti dell’Umbria.

Nei decenni successivi, la grotta subì numerose razzie da parte di privati, perdendo parte del suo patrimonio prima di qualsiasi studio scientifico. Solo negli anni ’80 la cavità fu oggetto di una vera campagna di scavo, coordinata da Maria Cristina De Angelis della Soprintendenza, i cui risultati sono stati pubblicati in un volume monografico edito da All’Insegna del Giglio nel 2019.

I reperti restituiti dai sedimenti della grotta coprono un arco che va dal Neolitico antico finale fino all’età del Bronzo. Tra i materiali rinvenuti: utensili in selce, strumenti di osso, frammenti ceramici di diverse epoche, oggetti d’ornamento e resti funerari umani. Il dettaglio più eloquente è il focolare con strato di cenere e carboni di oltre un metro di spessore: una stratificazione che testimonia una frequentazione millenaria e continua. La grotta era probabilmente un luogo di rito, frequentata da genti provenienti da altri territori dell’Appennino, a conferma di una rete di scambi culturali già attiva in epoche molto remote. I reperti salvati dalle razzie sono oggi conservati in una sala del Museo di Palazzo Eroli a Narni.

La Grotta dei Cocci non è l’unica testimonianza preistorica del territorio narnese. La Grotta del Capraro, anch’essa in territorio narnese ma in località Cappuccini Selva Antica, ha restituito utensili in selce, frammenti ceramici e focolari analoghi. La Grotta d’Orlando, sulla Via Flaminia, conserva incisioni rupestri e la caratteristica “Sedia d’Orlando”, pur non essendo mai stata oggetto di scavi sistematici.


Stifone e le Grotte del Nera

Prima ancora dei monaci medievali e dei minatori pontifici, la zona delle Gole del Nera era frequentata per ragioni commerciali e militari. Il geografo greco Strabone (Geographia V, 2, 10) fu il primo a confermare la navigabilità del Nera nell’antichità, specificando che il fiume poteva essere percorso con imbarcazioni di piccole dimensioni. Il fiume risultava completamente navigabile solo all’uscita della Gola di Narni, circa 900 metri a valle di Stifone, nella zona denominata “Le Mole” per i numerosi mulini medievali presenti in loco.

Nel 20 d.C. il console Gneo Calpurnio Pisone, di ritorno dalla Dalmazia e narrato da Tacito negli Annales (III, 9), si imbarcò a Narni con un numeroso seguito per raggiungere Roma via fiume. Il dettaglio implica che al porto fluviale narnese fosse disponibile un numero sufficiente di imbarcazioni per il trasporto di persone e merci.

Le prime testimonianze scritte del porto risalgono al XVI secolo, quando il gesuita Fulvio Cardoli riconobbe le vestigia: “Esistono anc’oggi, passato il Castel di Taizzano, un tre miglia da Narni, alcune vestigia del porto, dove alfin la Nera incomincia a sostener le barche, ed ivi veggonsi pure i ferrei anelli impiombati nel vivo sasso, ai quali siccome a palo ferrato legavansi le barche”. Tali anelli di ferro, confermati nel 1879 dal marchese Giovanni Eroli, sono ancora parzialmente visibili nell’alveo del fiume. Il sito è ancora in stato di abbandono, di proprietà dell’ENEL, e non è mai stato oggetto di una vera campagna di scavi.


Gli Eremi Rupestri delle Gole del Nera: Monaci e Grotte nel Medioevo

Sul Monte Santa Croce, quasi a fare da sentinella sull’imbocco delle Gole del Nera, sorge l’Abbazia di San Cassiano, edificio di pietra con campanile visibile da Narni. Le sue origini monastiche risalgono alle guerre goto-bizantine del VI secolo: è probabile che il sito sorgesse come presidio territoriale, in analogia con altri monasteri della medesima epoca. L’abbazia è nominata con certezza per la prima volta in un documento dell’Abbazia di Farfa dell’1081, ma il ritrovamento di un’iscrizione su sarcofago romano — donato al primo abate dal nobile Crescenzio di Teodorada, morto nel 984 d.C. — suggerisce che l’edificio attuale sia da datarsi alla seconda metà del X secolo, al tempo del papa narnese Giovanni XIII (965–972). Il monastero era parte di una rete di presidi religiosi che vigilavano sul corridoio territoriale tra Roma e Ravenna.

Aggrappato a strapiombo sulle Gole del Nera, in uno dei punti più impervi del Monte Santa Croce, si trova invece l’Eremo di San Jago, conosciuto localmente come “grotta dell’Eremita” o “San Jago degli Schioppi” (scogli). Non si hanno notizie certe sulla fondazione, ma le murature esistenti sono databili al XIII secolo, con una probabile frequentazione eremitica precedente. La struttura sfrutta un’ampia grotta naturale come involucro, chiusa e articolata su tre livelli: al primo livello si riconoscono i resti di una piccola chiesa con porta architravata e croce scolpita; ai piani superiori si trovavano i rifugi per gli eremiti. Una narrazione trascritta da Orlando Colasanti nel 1941 ricorda che nel 1354 vi avrebbe soggiornato il nobile romano Evaldo Frangipane, ordinatosi sacerdote. L’eremo versa oggi in stato di abbandono, vittima di atti vandalici.

Gli speleologi dell’UTEC Narni hanno identificato nelle stesse gole anche quello che ritengono essere il perduto Monastero di San Giovanni, insediamento eremitico costruito presso una grotta preesistente. Come ha ricostruito Andrea Scatolini dell’UTEC, il rapporto tra grotta naturale e presidio religioso è costante lungo tutta la montagna: la montagna porta il nome di Santa Croce proprio da questa fitta rete di presidi religiosi costruiti nel corso del Medioevo.


Le Miniere di Ferro dello Stato Pontificio: Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste

I primi documenti certi sulle miniere di ferro di Narni risalgono al 1709: in una lettera di quell’anno, i priori di Narni scrivevano al Cardinale Sacripante ricordando espressamente le cave di ferro. La scelta del sito cadde su Stifone anche “per la vicinanza alla Madonna del Monte, dove si cava la miniera del ferro più abbondante”.

La Reverenda Camera Apostolica fu autorizzata a coltivare le miniere e a costruire una ferriera. La prima pietra fu posata il 15 aprile 1710 presso la villa di Stifone: la struttura comprendeva due edifici — grande e piccola ferriera — con forno e magli azionati dalla forza idraulica delle sorgenti locali. L’impianto fu inaugurato con la prima fusione del minerale il 21 ottobre 1721. La relazione del signor Bordoni del 1710, documento fondamentale per la storia industriale del territorio, descrive il sopralluogo personale del Monsignore Tesoriere nelle cave verso la fine del 1708.

L’impresa si rivelò più costosa del previsto: cunicoli lunghissimi, acqua insufficiente per i macchinari, vene di ferro meno abbondanti del previsto. La Camera Apostolica fu costretta ad abbandonare l’impresa, e seguirono 39 anni di abbandono completo. Nel 1760 l’architetto Giuseppe Pennini, incaricato dalla Camera Apostolica per una nuova valutazione, visitò le cave e le descrisse: alla prima cava trovò un cunicolo alto e largo 7 palmi che si internava in linea retta per 450 palmi. Il minerale estratto era una limonite pisolitica, capace di fornire dopo lavaggi dal 33 al 40 per cento di metallo. La nuova ferriera fu definitivamente abbandonata nel 1784.

Le tre principali cavità-miniera del comprensorio — Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli e Grotta Celeste — sono state oggetto di sistematiche esplorazioni speleologiche da parte dell’UTEC Narni. Sulla base dei confronti con la relazione del Pennini, gli speleologi identificano la Grotta dello Svizzero con la cosiddetta “Cava di Zara” descritta nel 1760. Nelle grotte Celeste e dei Veli, durante una delle esplorazioni, gli speleologi trovarono due oggetti abbandonati in fondo alle antiche cave: un vecchio elmetto militare e una piccola piccozza. L’elmetto potrebbe rimandare alle due guerre mondiali; la piccozza è uno strumento tipico del lavoro minerario. Due oggetti che condensano in un’immagine la stratificazione della storia umana in questi luoghi.


Daniele Di Sisto e Filippo Sini: il Valore Umano dell’Esplorazione Speleologica

Il Gruppo Speleologico UTEC Narni, fondato nel 1977, ha esplorato, rilevato e censito oltre 17 grotte sul Monte Santa Croce nel corso di quasi quarant’anni di attività, con almeno altre 10 non ancora accatastate al Catasto Speleologico dell’Umbria. Le ricerche proseguono attivamente: nel 2025 e 2026 le esplorazioni si avvalgono di GPS, tecnologie LiDAR e sensori per la meteorologia ipogea.

Nel corso delle esplorazioni più recenti, l’UTEC ha scoperto due nuove cavità collocate su una faglia diretta nei pressi della Grotta dello Svizzero. I nomi scelti per queste grotte non sono tecnici né geografici: si chiamano Grotta Daniele Di Sisto e Grotta Filippo Sini. Sono i nomi di amici scomparsi.

Lo speleologo Virgilio Pendola ha spiegato il senso di questa pratica con parole dirette: “Lo spirito di amicizia e di fratellanza, in noi speleo, è molto sentito: in tanti momenti, a volte in condizioni di pericolo reale, dentro i cunicoli più stretti oppure su pozzi che sembrano non finire mai, di un nero inenarrabile, si può contare solo sulle capacità e sulla preparazione dei compagni-fratelli-amici intorno… ci fidiamo, sempre, ciecamente, sapendo che, nel bisogno, sapranno aiutarti e nessuno, mai, si tirerà indietro accada quello che accada”.

A Daniele Di Sisto e Filippo Sini si aggiungono Fausto Fortunati e Tullio Cecca, a cui gli speleologi dell’UTEC hanno dedicato altre grotte scoperte in territorio umbro. La toponomastica delle grotte diventa così un atto di memoria: ogni cavità porta il nome di chi quella montagna l’ha amata abbastanza da dedicarle una vita.


Dal Neolitico alle esplorazioni più recenti del 2025.

Il report approfondisce:

  • La Grotta dei Cocci — scavi 1989-2001 diretti da Maria Cristina De Angelis, focolare spesso oltre un metro, reperti dal Neolitico antico all’età del Bronzo, i saccheggi e il Museo Eroli
  • Stifone — la testimonianza di Strabone e Tacito sul console Pisone (20 d.C.), il canale di 280 metri con i 60 incavi, i reperti romani dall’alveo del Nera
  • Il labirinto dei monaci — le radici bizantine di Belisario (VI sec.), l’abbazia benedettina del X secolo di San Cassiano, l’Eremo di San Jago con murature databili al XIII secolo, il perduto monastero di San Giovanni ritrovato dall’UTEC
  • Le miniere del Papa — la lettera del 1709 ai priori di Narni, la ferriera inaugurata il 21 ottobre 1721, la relazione dell’architetto Pennini (1760), le identificazioni delle cave con la Grotta dello Svizzero (Cava di Zara) e le grotte Celeste e dei Veli
  • L’elmetto e la piccozza — i reperti inaspettati trovati nelle grotte-miniera dall’UTEC
  • Daniele Di Sisto e Filippo Sini — il valore umano dell’esplorazione e la pratica dell’UTEC di intitolare le grotte agli amici scomparsi

Fonti e Approfondimenti

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