di Giovanni Badino

Scopo di questa nota è discutere l’atteggiamento di chi affronta l’esplorazione di un territorio sconosciuto, fisico o mentale, e mostrare che lo fa in un modo assai diverso dal modello da superuomo che è immaginato e divulgato. Vedremo che assume piuttosto un comportamento affine a quello dell’innamorato che corteggia, e questo ci permetterà di trovare nella Commedia un verso che lo esprime compiutamente.

“Se mi è piaciuto quel documentario? Le immagini sono belle ma, conoscendovi, il suo taglio mi ha dato fastidio”. Così, qualche tempo fa, si è espressa un’amica giornalista televisiva parlando di un lavoro realizzato da un produttore canadese sui nostri lavori a Naica. Le pareva che vi fosse un contrasto stridente fra il nostro approccio all’azione esplorativa e quello che lì era proposto come modello, “voi siete più morbidi, tranquilli”, ha aggiunto.
Queste intelligenti osservazioni mi hanno costretto a qualche riflessione, facendomi tornare a mente un episodio di molti anni fa.
Ero stato invitato ad un gioco televisivo, in cui un personaggio che faceva una cosa strana (io: lo speleologo…) rispondeva con sincerità alle domande dei cinque concorrenti, che dovevano riconoscerlo in un gruppo di quattro persone. Gli altri tre cercavano di farsi passare per il personaggio nascosto, ed erano liberi di rispondere alle domande dei concorrenti nel modo che più gli pareva opportuno. Alla fine del gioco –che era molto più interessante di quanto avessi immaginato all’inizio- nessuno dei concorrenti aveva indicato me come “lo speleologo”, perché gli altri erano stati più credibili!
Riflettendoci, avevo capito che in realtà questo non era strano, perché io rispondevo descrivendo con precisione e senza enfasi le cose com’erano, mentre i tre, abilissimi, “falsi Giovanni” dicevano quelle che i concorrenti pensavano che fossero vere. Insomma, loro erano stati aderenti alla Realtà Come Dovrebbe Essere, mentre io parlavo della Realtà Come E’, che naturalmente è strana per gente che non ne sa nulla ma che crede di sapere –e poi ci si stupisce che la televisione abbia un ruolo formativo fondamentale…-.

Intanto chiediamoci: chi non sa nulla d’esplorazione, cosa crede di saperne?
In genere pensa che chi s’inoltra in ambienti inesplorati e pericolosi sia una sorta di superuomo, forte e pieno di sicurezze. Ne ha motivo, perché questa è l’immagine incessantemente ripetuta da tempi immemorabili quando si narrano esplorazioni. Nei resoconti, in cui ora le telecamere hanno sostituito gli antichi fuochi, spariscono i dubbi e i tentativi errati, si dà enfasi alle difficoltà poco rilevanti ma già note al pubblico che ascolta (freddo, fame, caldo, serpenti, sete…) e si omettono le cose poco comunicabili, come i dubbi, i dettagli, gli errori rimediati uno ad uno e soprattutto la lentezza del processo, che in genere domina incontrastata le fasi esplorative. Nel racconto per l’adorante platea, tutto deve essere comunicabile e quindi la storia diviene una sequenza rapida di prove di forza, trovate geniali e sorprese sino all’inevitabile successo finale.
In questo senso l’esplorazione geografica ha una sorella ben maggiore, perché anche l’intera attività scientifica procede in modo simile, incerto e timido, ma viene raccontata in un altro, dato che negli articoli spariscono tentativi errati, dubbi, nuovi inizi…
La comunicazione della Speleologia Esplorativa ha delle patologie che affliggono la Scienza in generale, e quindi vale la pena di approfondire il discorso.

La concezione secondo la quale l’esploratore (geografico o scientifico) si deve comportare in modo rapido, forte e spavaldo, è una scemenza; anche il più somaro degli esploratori sa che con quell’atteggiamento non si va da nessuna parte.
Per capirne il motivo basta considerare che l’inoltrarsi in un ambiente inesplorato e pericoloso richiede lo sviluppo di tecniche d’avanzamento particolari, sia mentali –modi di comportarsi- che fisiche –attrezzature-, ben adattate all’ambiente ignoto, ma che quindi spesso sono interamente nuove. E’ chiaro che c’è da stare molto, molto guardinghi.
Ci si deve accorgere di pericoli o malfunzionamenti prima di esserci immersi fino al collo, bisogna imparare a disciplinarsi, a progettare ogni gesto prima di farlo, stare sempre pronti al passo indietro.
Quindi per affrontare l’Ignoto si richiedono dubbi, non certezze. Esitazione e sorriso, non prepotenza. Riflessione e adattamento, non sicumera. Lentezza, non velocità.
L’atteggiamento “da duro” è incosciente e inadatto, applica schemi utili per problemi noti, e sta all’estremo opposto. Non è per i ricercatori, ma per quelli che tornano sulle loro orme con in tasca l’equivalente delle fotocopie delle schede d’armo della grotta. Quindi è praticabile solo con qualcosa di pre-masticato e ripetuto, del tipo “turismo d’avventura”: bungee-jumpee, rafting e simili; è roba da esplorazione pre-confezionata, appunto.

Esiste un altro campo, ben più frequentato, in cui l’approccio è simile a quello con cui ci si avvicina ad un territorio inesplorato: il corteggiamento.
Per accendere un’intimità, serve esattamente l’opposto dell’applicazione di un approccio sicuro e violento, ci vogliono attenzione, lentezza, serenità.
Sia nella ricerca che nei corteggiamenti, con un atteggiamento prepotente ci si può inoltrare un po’ –si fa spesso nei saccheggi delle città – ma non si va lontano: non si conosce, ci si limita ad occupare per un po’.
Dico quindi che gli spettatori –ora alla tivù, un tempo intorno ad un fuoco- che pensano che l’atteggiamento degli esploratori debba essere macho, paiono non saper immaginare la differenza fra i risultati conoscitivi di un corteggiamento e quelli di uno stupro. E a questo punto diventa chiaro perché i “corteggiamenti” proposti nei racconti, in genere sono piuttosto “conquiste”, quindi parenti stretti delle esplorazioni fatte da superuomini…

Ora che ci siamo liberati delle conquiste, approfondiamo le scoperte.
Le esplorazioni difficili richiedono un atteggiamento esitante. Tutto è nuovo, incerto. E’ necessario essere pronti ad indietreggiare alla prima difficoltà per riviverla col pensiero, assimilarla, aspettare che dentro di noi maturi la coscienza di un possibile varco e quindi ritentare, leggeri.
I territori davvero inesplorati, spesso affrontati con tecniche nuove, richiedono leggerezza, il disciplinarsi nei movimenti appena studiati e nelle tecniche appena create, sino a che cose da poco inventate ci diventano antiche come l’afferrare un frutto, lo scavalcare un tronco abbattuto. E’ a quel punto che possiamo entrare nell’arena ad affrontare l’ignoto. Timidamente, sorridendogli, facendocelo complice.
Nelle esplorazioni, così come accade nei corteggiamenti riusciti, con leggerezza ci si può inoltrare a volontà, smisuratamente di più che non con un attacco diretto.
In entrambi i casi, l’avanzata è lenta, il panorama cambia, accediamo a situazioni inattese, ci si apre un mondo ma… A quel punto accade anche un’altra cosa, che è affascinante e anche paurosa: se ci inoltriamo molto, mutiamo.
Mentre avanziamo, nuovi panorami via via si svelano e con quelli – e con la loro lenta emersione- cambiamo anche noi, non siamo più quelli di prima, le fantasticherie che ci avevano dato la prima spinta ad inoltrarci appassiscono nel ricordo, mentre il mondo attorno a noi cambia, un pezzo alla volta. Cose nuove diventano antiche, altre che ci davano il batticuore al solo pensarle ora sono il quotidiano.
L’emozione dello scrutare per la prima volta in un mulino glaciale, chiedendoci dove vada a finire quella gran cascata nel buio traslucido, è sostituita dall’attrezzare soprappensiero in modo standard un normale pozzo glaciale chiacchierando d’altro con un collega appena sopra. Lo sbalorditivo cristallo all’ingresso di quel che ci pareva un infinitamente misterioso forno acceso, diventa il rialzo dove appoggiare le attrezzature a scaldare. La meravigliosa persona di quei primi momenti ora…
E così nascono da una parte l’insaziabilità dell’esplorare, in cerca del nuovo, dall’altra l’incessante paura di perderci per strada a causa del nostro mutare.
Come nelle questioni d’amore, è questa capacità di indurre mutamento in chi esplora che può davvero incutere timore. Non è il rischio della morte, ma quello di perdere noi stessi che può spingere a rinunciare, ad andare altrove. O a semplificare una grande operazione in cui tutto è mutato –gli obiettivi iniziali erano altri e noi stessi non siamo più quelli di prima…- dichiarando che l’abbiamo fatta in modo coerente, che abbiamo esplorato quei luoghi incredibili perché siamo eccezionalmente bravi, e sicuri di noi, esperti.
O, continuando il parallelo, perché siamo belli…

Siamo arrivati alla conclusione: è possibile raccontare le cose come sono e non come dovrebbero essere?
Credo di sì. E’ assai più difficile ma ci sono pochi concorrenti, ed è quindi esso stesso un territorio poco esplorato e pieno di promesse. Tanto interessante che l’Alighieri ci si è già inoltrato. Ha scritto in un incredibile verso il riassunto di intere biblioteche di corteggiamenti ed esplorazioni, undici sillabe che gli oggetti delle grandi esplorazioni umane –idee, territori, grotte…-, potrebbero usare per descrivere l’atteggiamento di chi le ha esplorate per davvero, ripetendo così le parole di Francesca da Rimini:
“…la bocca mi baciò, tutto tremante…”

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