Analisi scientifica di un sito storico a rischio sismico rivela un millennio di terremoti e trasformazioni architettoniche
Una ricerca multidisciplinare condotta dalla comunità scientifica italiana ha portato alla luce importanti evidenze sulla storia sismica degli Appennini centrali attraverso lo studio della Grotta di Sant’Angelo, situata nel Massiccio orientale della Maiella.
Questo straordinario sito, che conserva una chiesa romanica e un complesso di vasche lustrali, rappresenta un vero e proprio archivio naturale delle trasformazioni architettoniche e degli eventi sismici che hanno caratterizzato l’area negli ultimi mille anni.[1]
Metodologie geoarcheologiche applicate nello studio della Grotta di Sant’Angelo
Il gruppo di ricerca, guidato da Francesca Falcone e colleghi, ha utilizzato un approccio integrato che combina geoarcheologia, archeometria e analisi storica per ricostruire la cronologia d’uso del sito.
L’applicazione dell’archeometria su reperti ceramici, monete e manufatti lignei rinvenuti durante gli scavi ha permesso di stabilire con precisione i periodi di utilizzo e abbandono della Grotta di Sant’Angelo.
Questa metodologia rappresenta un esempio significativo di come la speleologia possa contribuire alle ricerche multidisciplinari, confermando il ruolo delle grotte come “strumento più potente per effettuare ricerche in molte discipline”.[1]
Le tecniche analitiche hanno consentito di identificare la sovrapposizione di elementi architettonici, i cambiamenti stilistici e le alterazioni della struttura della chiesa, evidenziando almeno due crolli significativi nel corso della storia del sito.
La ricerca dimostra come gli antichi insediamenti umani nelle grotte preservino informazioni essenziali di carattere storico, archeologico e geologico, confermando le peculiari caratteristiche di conservazione degli ambienti ipogei.
Cronologia della chiesa romanica nella Grotta di Sant’Angelo
Le analisi hanno confermato che la chiesa romanica della Grotta di Sant’Angelo risale al periodo compreso tra il X e l’XI secolo.
Le cronache storiche e i dati archeologici convergono nell’attestare questa datazione, collocando il sito in un contesto di importante sviluppo religioso medievale negli Appennini centrali.
La stratificazione degli elementi architettonici ha rivelato modifiche e ristrutturazioni successive, testimoniando l’utilizzo continuativo del sito attraverso i secoli.[1]
Il complesso di vasche lustrali, elemento distintivo del sito, rappresenta una testimonianza dell’uso rituale e religioso della grotta.
Questi elementi, insieme alla chiesa romanica, costituiscono un patrimonio archeologico di notevole valore, che documenta le pratiche devozionali e liturgiche del periodo medievale nella regione appenninica.
Eventi sismici storici documentati attraverso l’archeosismologia
L’analisi delle alterazioni strutturali della chiesa ha permesso di identificare i danni causati da terremoti storici.
Il primo crollo documentato potrebbe essere collegato al poco conosciuto terremoto del 1209, evento sismico di cui si hanno scarse documentazioni storiche.
Questa correlazione rappresenta un contributo significativo alla conoscenza della sismicità storica degli Appennini centrali.[1]
Gli studiosi hanno inoltre descritto i danni e le modifiche alla struttura probabilmente causati dai terremoti del 1706 e del 1933.
Questi eventi sismici ben documentati hanno prodotto cambiamenti significativi nell’uso dello spazio e nella configurazione architettonica del sito.
L’archeologia sismica applicata alla Grotta di Sant’Angelo fornisce quindi evidenze concrete dell’impatto dei terremoti storici sulle strutture e sulle comunità locali.[1]
Paleosismicità e conservazione del patrimonio speleologico
La ricerca sulla Grotta di Sant’Angelo rappresenta un esempio emblematico di come lo studio della paleosismicità possa essere condotto attraverso l’analisi di siti archeologici in ambiente ipogeo.
Gli ambienti cavernicoli, caratterizzati da grande stabilità e bassa energia fisica, chimica e biologica, conservano per lunghi periodi le tracce degli eventi che li hanno interessati.
Questa caratteristica rende le grotte strumenti preziosi per la ricostruzione della storia sismica regionale.[1]
Il caso della Grotta di Sant’Angelo evidenzia l’importanza della conservazione del patrimonio speleologico come archivio naturale di informazioni geologiche e storiche.
La protezione di questi siti assume particolare rilevanza non solo dal punto di vista culturale e archeologico, ma anche per la comprensione dei fenomeni sismici e dei rischi associati nelle aree a elevata pericolosità sismica come gli Appennini centrali.
Implicazioni per la ricerca multidisciplinare in ambiente speleologico
Lo studio della Grotta di Sant’Angelo dimostra il potenziale delle ricerche multidisciplinari in ambiente speleologico, confermando come le grotte rappresentino laboratori naturali ideali per diverse discipline scientifiche.
L’integrazione tra geoarcheologia, archeometria e storia ha permesso di ricostruire un quadro complesso delle trasformazioni ambientali e culturali di un territorio caratterizzato da elevata sismicità.
La metodologia applicata può essere estesa ad altri siti speleologici degli Appennini centrali, contribuendo alla comprensione della storia geologica e antropica della regione.
Questi studi assumono particolare importanza per la valutazione del rischio sismico e per la pianificazione territoriale in aree caratterizzate da patrimonio storico-archeologico di elevato valore.
La ricerca sulla Grotta di Sant’Angelo rappresenta quindi un modello di studio interdisciplinare che valorizza il patrimonio speleologico come fonte di conoscenza scientifica, contribuendo simultaneamente alla conservazione della memoria storica e alla comprensione dei fenomeni naturali che caratterizzano il territorio appenninico.
Fonte:
Falcone, F., Di Valerio, E., La Salvia, V., Rosatelli, G., Perna, M. G., Bello, S., … & Stoppa, F. (2023). Geo-archaeology, archaeometry, and history of a seismic-endangered historical site in central Apennines (Italy). Heritage Science, 11(1), 68. [62]http://dx.doi.org/10.1186/s40494-023-00906-7