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Il sottosuolo conserva la memoria umana

Le grotte come archivi archeologici rappresentano uno dei temi centrali della ricerca speleologica contemporanea. Gli ambienti sotterranei hanno accolto uomini e animali in epoche diverse, dalla preistoria alla protostoria fino all’età storica. Le tracce di queste frequentazioni possono comprendere manufatti, resti ossei, focolari, strutture, sedimenti e modifiche delle superfici interne.

La conservazione dipende dalle caratteristiche fisiche delle cavità. Temperatura e umidità relativamente stabili, protezione dagli agenti atmosferici e limitata trasformazione degli spazi possono ridurre i processi di alterazione. Le grotte come archivi archeologici non sono però contenitori neutrali: acqua, crolli, animali, radici, visitatori e attività clandestine possono modificare i depositi. Per questo ogni reperto deve essere interpretato insieme al contesto stratigrafico e geomorfologico.

Sedimenti e reperti per ricostruire il passato

I giacimenti ipogei aiutano a ricostruire aspetti diversi della vita umana. Manufatti e oggetti d’uso quotidiano indicano attività, tecnologie e scambi. Focolari e aree organizzate possono fornire informazioni sulle modalità di occupazione. Sepolture e deposizioni permettono di studiare pratiche funerarie e forme di comportamento rituale.

Anche ciò che non è stato prodotto dall’uomo ha un ruolo importante. I sedimenti registrano l’evoluzione dell’ambiente circostante. La loro composizione può essere collegata a fasi di trasporto idrico, crollo, ingresso di materiali dall’esterno o variazioni climatiche. Resti faunistici e pollini, quando conservati, contribuiscono alla ricostruzione del paleoambiente e delle relazioni tra comunità umane, animali e territorio.

In questa prospettiva, le grotte come archivi archeologici dialogano con paleontologia, geologia, climatologia, antropologia e biospeleologia. L’interpretazione richiede competenze integrate e una documentazione precisa delle quote, delle coordinate, delle unità stratigrafiche e delle condizioni di conservazione.

Il congresso di Ormea e la sessione archeologica

Il XXIII Congresso Nazionale di Speleologia “La melodia delle grotte” si è svolto a Ormea, in provincia di Cuneo, dal 2 al 5 giugno 2022. Gli atti sono stati pubblicati nelle Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, serie II, volume XLII, e sono disponibili online. [web:2][web:6]

La sessione scientifica “Le grotte come archivi archeologici” ha riunito dieci comunicazioni orali e quattro poster. Il programma ha incluso studi su siti già conosciuti, nuove segnalazioni, progetti di ricerca, tutela e valorizzazione. I contributi hanno interessato diverse aree italiane, con una presenza significativa di ricerche svolte nel centro-sud della Penisola. [web:12]

Tra i casi presentati figuravano il nuovo progetto archeologico e paleoambientale di Grotta Battifratta, nel territorio di Poggio Nativo, in provincia di Rieti, e le ricerche nella Grotta della Regina, a Bari-Torre a Mare. La sessione ha incluso anche studi sulla Grotta della Monaca, in Calabria, utilizzata per attività minerarie per circa ventimila anni, e su Grotta Romanelli, in Puglia, considerata un sito importante per la conoscenza del Quaternario mediterraneo. [web:12]

Altri contributi hanno riguardato la Grotta Altro Pianet, in provincia di Bergamo, la Grotta Bella di Avigliano Umbro, in provincia di Terni, la Grotta della Bàsura di Toirano e le grotte ossifere del versante italiano dell’arco alpino. I poster hanno affrontato anche i ritrovamenti fortuiti in grotte liguri, la relazione tra Valle del Giongo e archeologia, nuovi resti di Ursus spelaeus a Frasassi e la valorizzazione della grotta di Valdemino.

Rilievo tridimensionale e documentazione

La ricerca archeologica in grotta affianca allo scavo tradizionale strumenti digitali sempre più articolati. Fotogrammetria, laser scanner, sistemi SLAM e modelli tridimensionali consentono di registrare geometrie, superfici e rapporti spaziali con un livello di dettaglio elevato. Il modello 3D può servire per confrontare lo stato di un sito nel tempo, documentare aree difficili da raggiungere e creare materiali utili per la divulgazione.

La tecnologia non sostituisce il lavoro stratigrafico. Offre una base di documentazione che deve essere collegata a rilievi topografici, fotografie georeferenziate, descrizioni di campo e analisi di laboratorio. Una documentazione completa facilita anche la conservazione preventiva, perché consente di riconoscere spostamenti, erosioni o danneggiamenti.

Ritrovamenti fortuiti: cosa deve fare lo speleologo

La segnalazione dei ritrovamenti è una parte essenziale della tutela del patrimonio ipogeo. In Italia, l’articolo 90 del Codice dei beni culturali stabilisce che chi scopre fortuitamente un reperto o una struttura archeologica deve denunciarlo entro 24 ore alla Soprintendenza competente, al sindaco oppure all’autorità di pubblica sicurezza. [web:11][web:15]

Il rinvenitore deve lasciare il bene, quando possibile, nel luogo e nelle condizioni originarie. La rimozione è ammessa solo quando sia indispensabile per garantire sicurezza e conservazione immediata. È quindi opportuno non scavare, non pulire, non spostare e non divulgare pubblicamente la posizione precisa del ritrovamento prima del contatto con gli enti competenti.

Una segnalazione utile dovrebbe includere luogo, data, descrizione, fotografie senza manipolazione del reperto, coordinate o riferimenti topografici e indicazioni sulle condizioni ambientali. Le grotte come archivi archeologici conservano informazioni che possono andare perdute se un oggetto viene separato dal sedimento o dal contesto in cui è stato trovato.

Tutela e accesso responsabile

La protezione dei siti richiede collaborazione tra speleologi, archeologi, soprintendenze, enti locali e gestori delle aree protette. L’esplorazione può produrre dati importanti, ma deve rispettare autorizzazioni, sicurezza e fragilità dei depositi. Anche la divulgazione deve essere valutata con attenzione: immagini e risultati possono avvicinare il pubblico alla ricerca, mentre dettagli troppo precisi sulla localizzazione possono aumentare il rischio di saccheggio o vandalismo.

Il tema discusso a Ormea mostra una direzione chiara. Le grotte come archivi archeologici sono ambienti di ricerca, ma anche beni culturali da conservare. La qualità delle scoperte dipende dalla capacità di osservare senza alterare, documentare senza semplificare e comunicare senza esporre i siti a ulteriori rischi.

Fonti