Riflessioni a margine di un articolo pubblicato dal Sacramento Bee

Un recente articolo del quotidiano statunitense The Sacramento Bee racconta due delle più note grotte turistiche della California: Black Chasm Cavern, nella contea di Amador, e California Cavern, nella contea di Calaveras. Il servizio descrive questi ambienti come una piacevole alternativa al caldo estivo, accompagnando il lettore tra sale ricche di concrezioni, laghi sotterranei e percorsi accessibili alle famiglie.

È una lettura piacevole, capace di trasmettere lo stupore che ogni ambiente ipogeo suscita. Tra le righe, però, emerge anche una domanda che riguarda tutti noi speleologi.

Durante la visita, una guida racconta che molte concrezioni hanno smesso di crescere perché, nel corso dei decenni, migliaia di visitatori le hanno toccate con le mani. Gli oli naturali della pelle impediscono all’acqua di depositare il carbonato di calcio e la crescita si arresta. Un gesto che dura pochi secondi può interrompere un processo naturale iniziato migliaia di anni fa.

Poco dopo, l’articolo racconta un episodio ancora più significativo. Negli anni Sessanta alcuni giovani speleologi, che studiavano dell’Università della California, scoprirono una nuova sala della California Cavern, oggi nota come Jungle Room. Invece di renderla pubblica, decisero di mantenerne segreta l’esistenza per circa quindici anni, temendo che potesse essere danneggiata.

Una formazione calcarea all’interno della grotta (CC BY 3.0, Steve Howe) Wikipedia Commons

Due modi diversi di guardare allo stesso patrimonio.

Da una parte c’è la volontà di far conoscere luoghi straordinari, rendendoli accessibili e contribuendo, attraverso il turismo, alla loro valorizzazione e alla loro gestione. Dall’altra c’è la consapevolezza che una grotta è un ambiente estremamente fragile, dove ogni presenza umana, anche la più rispettosa, lascia inevitabilmente un’impronta.

Le grotte turistiche hanno avuto, e continuano ad avere, un ruolo importante. In molti casi hanno salvato cavità che sarebbero state distrutte dall’attività estrattiva, dall’abbandono o dal vandalismo. Hanno permesso a milioni di persone di conoscere il mondo sotterraneo e, spesso, hanno alimentato la curiosità che porta qualcuno a diventare speleologo.

Ma il mondo ipogeo segue tempi completamente diversi da quelli del turismo. Una stalattite cresce nell’arco di secoli, talvolta di millenni. Una semplice impronta lasciata da una mano può alterarne lo sviluppo per sempre.

Forse, allora, la domanda non è se una grotta debba essere aperta o chiusa al pubblico. La vera domanda è come trovare un equilibrio tra divulgazione e conservazione, tra il desiderio di condividere una meraviglia e il dovere di trasmetterla integra a chi verrà dopo di noi.

Per noi speleologi questa non è una riflessione teorica.

È parte della nostra responsabilità.

Ogni volta che entriamo in una cavità siamo ospiti di un ambiente che esiste da milioni di anni e che continuerà a esistere solo se sapremo attraversarlo con rispetto, discrezione e, qualche volta, anche con la rinuncia a mostrare tutto.


Fonte

Camila Pedrosa, Rare formations, cool temps: Why Northern CA’s caves are a top summer adventure, The Sacramento Bee, 10 luglio 2026

Foto:

Ingresso della California Cavern (CC BY 2.0, Eric Vanderpool) Wikipedia Commons

Una formazione calcarea all’interno della grotta (CC BY 3.0, Steve Howe) Wikipedia Commons

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