Cranio di Harbin (olotipo di Homo longi / Denisoviano), da Fu et al. (2025), CC BY 4.0 – Wikimedia Commons

Nuove ipotesi sul cranio di Harbin e cosa potrebbe raccontare sull’evoluzione umana

Nel nord-est della Cina, lungo le rive del fiume Songhua, è emerso un teschio fossile che sta facendo discutere la paleoantropologia mondiale. Conosciuto come il cranio di Harbin, questo reperto sorprendentemente ben conservato risale a circa 146.000 anni fa e potrebbe appartenere a un rappresentante diretto dei misteriosi Denisoviani.

La sua storia ha dell’incredibile: fu scoperto negli anni ’30, durante la costruzione di un ponte nella città di Harbin, da un operaio cinese. Per evitare che finisse nelle mani degli occupanti giapponesi, lo nascose in fondo a un pozzo abbandonato, dove rimase nascosto per oltre 80 anni. Solo nel 2018 è stato recuperato e studiato dagli scienziati dell’Università di Hebei.

Lo studio del fossile ha rivelato un cranio massiccio, con arcate sopraccigliari marcate, ma una scatola cranica capiente. Alcuni tratti lo distinguono da Homo sapiens, Neanderthal e altri ominini noti. Uno studio pubblicato sulla rivista The Innovation aveva riportato l’ipotesi secondo cui questo cranio avrebbe rappresentato una nuova specie umana mai scoperta prima (l’Homo longi, o Dragon Man). Successivamente, le analisi morfologiche lo hanno avvicinato ai Denisoviani, finora noti solo da pochi frammenti e da DNA estratto in Siberia e Tibet. Se la connessione fosse confermata, il cranio di Harbin sarebbe il primo volto completo dei Denisova.

Il riferimento principale per i Denisoviani resta la Grotta di Denisova, in Siberia, dove nel 2010 fu analizzato il DNA di un frammento osseo appartenente a un ominino distinto sia dai Neanderthal che da noi. A quella scoperta si è poi aggiunta, nel 2019, la mandibola della Baishiya Karst Cave, sull’altopiano tibetano a oltre 3.200 metri di quota: una prova che i Denisoviani vivevano anche in ambienti estremi e montani.

Il ritrovamento apre nuove domande: i Denisoviani erano più diffusi di quanto credessimo? Hanno convissuto e interagito con altri gruppi umani in Asia orientale? E che cosa resta di loro nel nostro patrimonio genetico?

Anche se Harbin non è un ritrovamento speleologico, il cranio potrebbe finalmente dare un volto a quegli esseri umani che popolavano grotte ad alta quota e lasciarono tracce genetiche nel nostro DNA. È quindi un tassello prezioso per chi si interessa di preistoria e speleologia: non per il contesto del ritrovamento, ma per ciò che può dirci su chi viveva davvero in quelle grotte che ancora oggi si esplorano, e non solo da Denisova al Tibet.

Il collegamento con le grotte citate c’è: sia perché la Grotta di Denisova è stata la “culla” delle nostre conoscenze sui Denisoviani, sia perché la Baishiya Karst Cave ha ampliato la loro presenza geografica molto oltre il sito siberiano originale.

Ingresso della Grotta di Denisova, Bashelaksky Range, Altai, Siberia, Russia – immagine con licenza CC BY?SA 4.0 da Wikimedia Commons

La Grotta di Denisova (Siberia, Russia) è il sito da cui prende il nome questo gruppo umano arcaico. Qui, nelle montagne dell’Altaj, sono stati trovati i primi resti riconosciuti come Denisoviani, tra cui un frammento di dito e denti, oltre a tracciati di DNA. Questo sito ha fornito molte delle informazioni genetiche su questo ramo evolutivo, mostrando che i Denisoviani convivevano con Neanderthal e probabilmente si incrociavano con altre popolazioni umane nel Pleistocene.

La Baishiya Karst Cave (Tibet, Cina) è un’altra grotta fondamentale: qui, a oltre 3.200 metri di altitudine sul Plateau tibetano, è stata ritrovata la mandibola di Xiahe, il più antico fossile denisoviano confermato al di fuori della Grotta di Denisova. Si tratta di un sito di grande importanza perché illumina come i Denisoviani si adattarono a climi estremi e a quote elevate.

Baishiya Karst Cave (entrata), Tibet, Cina – foto © Dongju Zhang, da Wikimedia Commons, licenza CC?BY?SA?4.0

Un pensiero su “Il ritorno dei Denisova?”
  1. Riguardo ai Denisoviani, volevo aggiungere che un recente lavoro del gruppo di Liliana Condemi – autrice tra l’altro de L’enigma Denisova – ha chiarito l’identità tra loro ed il cranio di Harbin. È un lavoro fatto sulle proteine (del tartaro dentale mi sembra) assimilabile a quelli sul DNA.
    Per quanto riguarda invece l’articolo “L’ultimo rifugio dei Neandertal”, ricco di informazioni e utile per una panoramica sulla situazione degli studi in quella zona, nel titolo si cita un improbabile per non dire impossibile sopravvivenza fino a 12.000 anni bp. Da dove salta fuori questo dato, considerato che nel testo si parla solo di un discusso 24.000 anni bp?
    Trovo poco utili i titoloni stile gossip non confermati nel testo, peraltro piuttosto interessante a prescindere dalle datazioni.
    Scrivo qui perché in calce a quell’articolo non ho trovato lo spazio commenti.
    Buon lavoro.
    Mauro Vianello

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