Studio e rilievo di nuovi sistemi di grotte subglaciali nel secondo ghiacciaio più grande del Tirolo
Dopo l’introduzione, la parola ad Andrea Benassi ed a Cristian Monticone (Lazzaro)
Introduzione
Dove la roccia incontra il ghiaccio, dove l’acqua scolpisce gallerie invisibili sotto la superficie imponente delle Alpi Venoste, lì si spinge l’esplorazione speleoglaciale.
Dopo le ricerche sui ghiacciai di Vallelunga, Gepatschferner e Hintereisferner, questa volta è il Mittelbergferner, in Austria, a svelare i suoi segreti.
Nelle profondità del colosso glaciale, un gruppo eterogeneo di speleologi e ricercatori ha documentato uno dei più imponenti sistemi subglaciali attualmente accessibili, in un ambiente dove ogni passo è una sfida e ogni scoperta un equilibrio tra fascino e fragilità.
Sono Stefan Plangger, Maria Trombini e Andrea Benassi, con Jörge Längerer, Lorenzo Bordin, Daniele Sighel, Letizia Tassi e Cristian Monticone (detto Lazzaro).
Di seguito, il resoconto vivo ed emozionante di Andrea Benassi, uno dei protagonisti, testimone diretto della straordinaria avventura.

Nuove esplorazioni Speleoglaciali sul Mittelbergferner
di Andrea Benassi
Continuano le ricerche nelle Alpi Venoste. Dopo le esplorazioni e la documentazione dei fenomeni speleoglaciali presenti nei ghiacciai di Vallelunga, Gepatschferner, Hintereisferner, questa volta è il Mittelbergferner (Austria) ad essere oggetto delle nostre scorribande alla ricerca di grotte glaciali ed in particolare di grandi sistemi subglaciali.
Il Mittelbergferner, posto al centro delle Alpi Venoste, è il secondo ghiaccaio del Tirolo dopo il Gepatschferner e scende dalla cima del Wildspitze (3768 metri) fino alla valle di Pitztal.
Attualmente si estende su circa 9 km² ed composto da diversi bacini di accumulo che convergono.
Proprio il distacco di uno di questi corpi glaciali ha accelerato, negli ultimi anni, lo sviluppo di una grande grotta di contatto, che attualmente si apre ad una quota di circa 2700 metri.
Interessa tutta la parte a valle del ghiacciaio, fino alla attuale bocca sul fronte glaciale, distante circa 1 chilometro in linea d’aria e posta ad una quota di 2500 circa.
Jörge Längerer e Stefan Plangger, nell’autunno del 2024, identificavano su questa parte del ghiacciaio una situazione molto interessante dal punto di vista speleoglaciale: la presenza di numerosi mulini, segni della formazione di grandi calderoni, nonché la presenza proprio di importanti grotte di contatto: documentavano per alcune centinaia di metri di sviluppo, fermandosi per mancanza di materiale.
Proprio seguendo le loro indicazioni, Lorenzo e Maria, nell’inverno del 2025, raggiungono il ghiacciaio e identificano l’ingresso alto di questo sistema, percorrendo il tratto suborizzontale, descritto da Jörge e Stefan e caratterizzato da una gallerie di grandi dimensioni, larga dai 10 ai 15 metri, originata da un grande torrente subglaciale.
Oltre il tratto orizzontale, il torrente prosegue la sua corsa in una forra rocciosa, dove il ghiacciaio fa da tetto, configurando la struttura come una grande galleria di tipo nye channel.
La presenza di una importante corrente d’aria e dei grandi scallops da condensazione fa intuire la presenza a valle di altri ingressi aperti.
Per seguire il torrente è, però, necessario armare la forra, che scende decisa. Lorenzo e Maria tornano quindi una seconda volta, sempre nell’inverno, con Daniele, per fare una documentazione fotografica e iniziare l’armo della forra.
La mancanza di tempo impedisce loro di superare questo ostacolo: si fermano su un salto tra le rapide del torrente.
Il 10 e l’11 maggio 2025 siamo in cinque a risalire la valle di Pitztal verso il ghiacciaio: Lorenzo, Maria, Letizia, Lazzaro e Andrea.

Questa volta, tempo e corde le abbiamo e, con loro, anche qualche muta stagna per non spaventarci troppo davanti all’acqua. Sì, perché la primavera è arrivata e, sebbene faccia ancora fresco e nelle notte ci sia stato un buon rigelo, il torrente si fa decisamente vedere, con diverse centinaia di litri al secondo di portata.
L’insieme di ghiaccio, roccia e acqua che corre spumeggiante rende l’ambiente bellissimo, mentre il ruggito del torrente praticamente ci costringe a parlarci a gesti.
Armiamo la forra con un misto di viti da ghiaccio e fix e attrezziamo circa cento metri di traverso in discesa, fino ad una soglia oltre cui la grotta sembra cambiare morfologia.
Qui la galleria già grande, cede il posto ad un salone impressionante, con evidenti segni di scollamenti.
Ci si muove tra grandi strati di ghiaccio e blocchi franati dal soffitto: un posto dove il nostro giudizio oscilla tra entusiamo euforico e il timor panico per quello che abbiamo sulla testa.
Tutto lascia pensare che siamo sotto una delle zone dove già si mostrano i crepacci circolari, segno di un prossimo collasso che andrà a creare un grande ice cauldron: un calderone, un grande pozzo nel bel mezzo del ghiacciaio.
Superata questa parte, la grotta riprende la sua struttura a forra e continua a scendere tra rapide, fino ad affacciarsi su una ulteriore grande sala, con un salto di almeno una ventina di metri.
Qui noi purtroppo ci dobbiamo fermare per mancanza di materiale.
Le viti sono finite, le batterie del trapano sono scariche e proprio non sapremmo come ancorare i 25 metri di kevlar da 6 mm che ci sono rimasti!
Decidiamo che sia più saggio uscire e progettare un ritorno con più materiale.
Il rilievo ci dice che, per ora, la grotta viaggia verso i 400 metri di sviluppo e non sembra proprio avere intenzione di fermarsi.
Una volta fuori, percorrendo il ghiacciaio verso la bocca, decidiamo di dare un occhiata ad un altro ingresso precedentemente visto da Maria e Letizia.
Siamo ormai abbastanza vicini alla bocca terminale: l’ingresso si apre sul lato idrografico sinistro.
Non è grande, rispetto a quello che abbiamo visto finora ma, affacciandosi ad un saltino, si sente in lontananza un brontolio sordo e potente.
Ovviamente, la speranza è che sia il torrente-collettore subglaciale che abbiamo lasciato a monte sull’ultima cascata.
Lazzaro scende in una galleria stretta e bagnata per una cinquantina di metri, finché lo sentiamo urlare di stupore e gioia.
Praticamente è sbucato su una enorme galleria che prosegue a monte e a valle, ovviamente percorsa dal torrente ormai anche parecchio ingrossato.
Il resto è una corsa a perdifiato tra sale, gallerie e rapide risalite. Percorriamo in questo modo circa 400 metri verso monte, senza raggiungere la giunzione e senza trovare ostacoli che ci impediscano di continuare!
Quello che ci manca purtroppo è il tempo. Il Mittelbergferner non è proprio dietro l’angolo per noi.
Una volta scesi, ci aspettano quasi 4 ore di macchina fino a Trento e, poi, alcuni di noi dovranno continuare il viaggio: praticamente quasi una spedizione.
Anche il tratto a valle presenta dimensioni maestose e alterna tratti di galleria più stabile a grandi sale con scollamenti e distacchi. Inoltre, per non farsi mancare nulla, notiamo diverse gallerie che convergono e almeno un grande mulino che entra dall’alto.
Quando tornerneremo ci sarà da divertirsi!
Ovviamente le due grotte fanno parte del medesimo drenaggio che percorre tutta questa parte terminale del ghiacciaio e, se congiunte, permetteranno un viaggio tanto effimero quanto onirico bello lungo!
A occhio, dovrebbero mancare alcune centinaia di metri di sviluppo e anche un discreto dislivello che ci fa immaginare qualche altro bel salto da armare.
Vista la quantità di acqua che già percorre la grotta, le esplorazioni proseguiranno probabilmente il prossimo autunno.
Esplorazioni portate avanti sempre in modo trasversale e aperto a tutti quelli che amano stupirsi davanti alla magia delle grotte di ghiaccio.
Partecipanti alle esplorazioni sul Mittelbergferner:
Jörge Längerer, Stefan Plangger, Maria Trombini, Lorenzo Bordin, Daniele Sighel, Letizia Tassi, Lazzaro (Cristian Monticone), Andrea Benassi
E… vogliamo continuare?
“Cosa c’è di meglio che esplorare una grotta di ghiaccio?” – si chiede Andrea – “Esplorare una ENORME grotta di ghiaccio con una splendida compagnia di amici ed esploratori!
In questa prospettiva, con Lorenzo, Maria, Letizia e Lazzaro, ci siamo letteralmente riempiti gli occhi di bellezza e meraviglia, il tutto condito da quel pizzico di sano timore davanti a luoghi abitati di forze potenti!
Luoghi che ti fanno capire perché in passato un ghiacciaio fosse rappresentato come una creatura vivente pronta a inghiottirti.
Lascio con piacere a Lazzaro Speleo il racconto dei fatti…”
Da “Lazzaro Speleo” (al secolo Cristian Monticone): una narrazione emozionale delle esplorazioni 2025
Questo weekend salgo in Austria per allenarmi insieme ai compagni per la vicina spedizione in Islanda.
Sono con Andrea Benassi, Lorenzo Bordin e Maria F Trombini da Trento, e Letizia Tassi.
Il risultato è ottimo, un bel colpo. Sui 600 metri esplorati. Con 200 già visti nell’amonte da Lorenzo e Maria la volta scorsa. In tutto saremo arrivati ad almeno 800.
Attacchiamo prima dalla bocca alta, vicino al quale abbiamo montato il campo. Arriviamo al termine della parte percorribile senza corda.
Lorenzo rileva tutto meticolosamente. Andrea invece, potenziato dalla muta stagna, si trasforma in super saiyan armando un paio di bei traversi tra roccia e ghiaccio.
Entriamo in una grossa sala di collasso. Attraversiamo i relitti di ghiaccio, tra un blocco e l’altro. Qui bisogna muoversi come ospiti, pieni di premure, con delicata attenzione.
Giungiamo così su un bel salto con cascata. Andrea si affaccia, si volta verso di noi e ci urla: “Na centrifugaa!!”. Davanti ecco un altro salone, confluenza sulla sinistra. Continua, ed è grosso.
Ma ci fermiamo: son finite le viti da ghiaccio e le batterie del trapano si sono scaricate.
La roccia infatti è durissima e le punte del trapano si fondono!
Torniamo su, disarmo e smontiamo il campo.
Mentre scendiamo dal ghiacciaio prendiamo un ingresso laterale visto da Maria e Letizia in mattinata. Lorenzo pianta due viti e scende giù.
Al fondo c’è un passaggio che sembra poco praticabile, sembra chiudere.
Scendo anch’io, voglio dare un occhio. Effettivamente è stretto e molto bagnato. Decido di proseguire e arrivo ad uno scivolo di ghiaccio che stringe, lo scendo, i ramponi tengono e la presa è solida, il gorgoglio dell’acqua è sempre più incessante, strettoia, la passo.
Collettore.
Grossa sala, lago, galleria sia a monte che a valle con il collettore in tutta la sua potenza che la attraversa.
Risalgo per qualche metro lo scivolo d’ingresso e continuo ad urlare a ripetizione: “Entrateeee!!!! Grossa salaaa!!!!”. Nutrivo un certo entusiasmo ed ero in un completo sballo esplorativo.
Poi via, mentre Lorenzo rileva Io e il Benassi saliamo quasi mezzo km a monte. Larga galleria di contatto. È la nostra, sembra proprio la valle di quello esplorato al mattino.
Qui mi sono innamorato, e non del Benassi, della grotta. E’ dannatamente bella, cazzo se è bella… Si va tra ghiaccio, collassi, rocce, cascate ed il pavimento roccioso è attraversato dal fiume.
Il soffitto mostra segni di instabilità importanti in un paio di punti, sono almeno cinque, dove si vedono lastre di grosse dimensioni semi distaccate dal soffitto pronte a mandare al creatore gli sventurati passanti.
E in questo preciso contesto prendono anche il nostro nome. Meglio passarci sotto velocemente e non guardarli troppo. Sia mai che questi timidi lastroni si emozionino, e ti tendano un abbraccio indesiderato.
Dall’alto sulla sinistra, dopo un pò, troviamo un mulino ricolmo di neve. Camminiamo ancora per un po’. Ecco una confluenza sulla destra. Continuiamo sul collettore. Arrampichiamo qui e là tra cascate, roccioni e ghiaccio. Camminiamo e camminiamo, anche svelti.
Ma a un certo punto dobbiamo fermarci, il tempo è finito da un bel pezzo e qui serve la muta stagna per non fare la fine di bustine del tè: da questo punto in avanti ci si bagna seriamente.
Ma continua!
E la giunzione sembra vicina.
E continua anche a valle, da dove siamo entrati, sempre su galleria, larga. E crediamo proprio vada verso il fronte del ghiacciaio dove il torrente risorge. Bisognerà aspettare l’autunno per tornarci, quando le condizioni lo permetteranno di nuovo. Questo weekend è già stato un pò al limite.
Ma che bella esplorazione!
E che bella squadra!
Che tristezza pensare che tra non molto la grotta non ci sarà più, sarà portata via dall’ormai inesorabile scioglimento dei ghiacciai. Ci porteremo dietro solo più i ricordi di una stupenda esplorazione.
Cosa aggiungere? Complimenti a tutti i partecipanti, innanzitutto!
Ma anche qualcos’altro.
L’esplorazione speleoglaciale si svolge in un contesto sempre più fragile e minacciato.
Messaggi come questi, resoconti appassionati di esplorazioni glaciali, richiamano l’urgenza di una protezione integrale dei ghiacciai, che includa – sì – le superfici glaciali, ma anche le aree basali, le morene e i territori liberati dal ritiro dei ghiacci.
Sono in corso progetti di espansione sciistica anche nel comprensorio del Pitztal: coinvolgerebbe anche il Mittelbergferner, con il rischio di trasformare zone sensibili in cantieri permanenti.
È il momento di pensare al futuro in chiave di rispetto ambientale.
