Notizia di Paolo Turrini

questo fine settimana siamo andati ad esplorare al ramo Matrix della grotta Erdigheta, sui monti Lepini, Lazio.
Partecipanti: questa volta dovevamo essere in tanti, sarà che ormai le esplorazioni cominciano a scarseggiare un po’ per tutti, sarà pure che questa Erdigheta stuzzica parecchio la fantasia specie ai più irriducibili speleo ancora in giro…
Così, oltre al sottoscritto, da Roma doveva venire pure Valerio Olivetti ma purtroppo, ancora con strascichi post-spedizione messicana ha dovuto dare forfait; da Perugia, Luigi Russo che però impegnato per studio ha dovuto rinunciare; da Ancona, Giuseppe Antonini anche lui impegnato purtroppo per lavoro; da Faenza e Casola, Luca Grillandi e Andrea Benassi, fortunatamente liberi e assolutamente determinati a partecipare alla punta, costi quel che costi!
Per tutta la settimana ci siamo domandati se era il caso andare in questo periodo all’Erdigheta, si perchè qualcuno ha fatto notare che lo pseudosifone a -250 con tutta l’acqua che ha fatto quest’anno, magari poteva pure essere chiuso… Quindi che senso avrebbe farsi un culo enorme, c’è da percorrere un meandro stretto e lungo circa 1 km, per poi trovarsi la strada sbarrata? C’è chi giurava fosse una follia, chi invece era convinto del contrario per puro intuito o feeling ipogeo.
Sta di fatto che alle 19:00, orario tra l’altro completamente sballato per fare una punta di quella portata, stavamo in 3 davanti all’ingresso dell’Erdigheta, pronti al martirio… Il meandro Matrix è il solito strazio ma lo sappiamo, c’è da soffrire… Arriviamo finalmente al sifone, cioè, dico, quale sifone?? Qui non c’è nessun sifone, c’è solo una condotta allagata ed alimentata da un piccolo rigagnolo! Bene, siamo stati testardi e la fortuna ci ha premiati, abbiamo vinto un bel bagno nel sifone! Che gioia… e allora, via! Ci infiliamo la calzamaglia e la canotta, mettiamo tutto nelle sacche stagne e poi giù a carponi dentro all’acqua! Veloci passiamo insieme ad una vagonata di sacchi, poi, di nuovo ci rimettiamo il sottotuta e poi la tuta infangata, ora, siamo pronti per l’esplorazione, cosi scendiamo i pozzi trovati la volta precedente fino ad arrivare alla frontiera esplorativa.
C’è da dire che le ore passate in grotta ora si fanno sentire, sono le 2 di notte e il sonno ci attanaglia, anche la botta di freddo presa alla condotta allagata non ci aiuta, incominciamo così l’esplorazione, ma siamo fiacchi. Scendiamo alcuni salti, ma ci ritroviamo sempre a percorrere un meandro, meandro profondo che però va preso all’altezza giusta, se scendi troppo non passi perchè pieno di lame, in alto è il passaggio giusto, ma attenzione perchè molto franoso e in molti tratti c’è anche della fanga. Qualcuno fa notare che ora siamo veramente lontani dall’uscita e che in questi posti tocca stare molto attenti, qui non si scherza! L’esplorazione comunque non ci entusiasma, ci aspettavamo pozzi larghi e profondi, invece stiamo sempre nell’incubo del meandro, certo non è stretto come il Matrix, ma neanche da sacco in spalla! Andiamo avanti, qualcuno resta indietro preferendo la fase di coscienza sognante a quella ben più tragica di veglia… Si va avanti e si scendono salti lì dove il meandro slarga, poi all’ennesimo slargo il materiale finisce, tra un sonno e l’altro abbiamo lasciato indietro qualche corda di troppo… La grotta punta verso Pian della Faggeta in direzione NNE, profondità stimata oltre i 350, verso i 400. Si decide di intraprendere il calvario del lento ritorno, ritorno verso la salvezza, l’esterno! che vedremo solo esattamente dopo 24h dall’ingresso in grotta.
Che dire, la domanda sorge spontanea: ma il gioco vale davvero la candela? Ha senso farsi ore e ore di culo per un poco di esplorazione? Non lo so, sono uscito dalla grotta non solo fisicamente ma soprattutto psicologicamente a pezzi, questa grotta non ti dà tregua è difficile dal primo all’ultimo momento e più intigni più lei ti mazzola.
Questa è la situazione, ora che fare? Forse la miscela meandro-strettume-lunghezza infinita-fango-acqua, forse rappresentano un limite insormontabile? Non lo so, avrò modo per rifletterci, sta di fatto che quando sono uscito dalla grotta, sul mio telefonino ho trovato diversi messaggi, erano i compagni, quelli rimasti fuori, erano in pensiero per noi, volevano sapere come era andata, allora mi sono reso conto che mentre noi stavamo a soffrire lungo il meandro, fuori c’era qualcuno che tifava per noi, che ci pensava ora dopo ora sapendo esattamente quello che stavamo patendo… Realizzo, ed è la cosa più bella, che siamo un gruppo, un gruppo vero di amici! E allora, in mezzo a tanta desolazione, un ambiente speleologico, almeno nel Lazio, ormai alla deriva, quello che mi rinfranca di più, è vedere che c’è ancora un piccolo gruppo di tenaci esploratori che hanno, nonostante tutto, ancora voglia di confrontarsi con le grotte e che magari sono anche capaci di infonderti quell’entusiasmo e quell’ottimismo necessari per affrontare esplorazioni estreme, così come è quella dell’Erdigheta.
No, non credo che molleremo, neanche stavolta!

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