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Il catasto regionale delle grotte dell’Emilia Romagna e le osservazioni degli speleologi riportano al centro una frattura recente nell’area della futura diga. I geologi chiedono indagini aggiuntive per chiarire natura, estensione e possibili effetti sulla progettazione.

La segnalazione degli speleologi

Nell’area interessata dal progetto della diga di Vetto è stata recentemente individuata una cavità, citata anche nelle osservazioni al Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali.

La grotta, esplorata pochi anni fa dal Gruppo Speleologico e Paleoetnologico Gaetano Chierici di Reggio Emilia, è tornata al centro dell’attenzione dopo l’intervento del vicepresidente Miki Ferrari in un seminario dell’Ordine dei Geologi dell’Emilia-Romagna.

La notizia rimette in primo piano il rapporto tra esplorazione speleologica e valutazione del sottosuolo.[1]

Il vuoto sotterraneo si presenta come una diaclasi tettonica, cioè una fenditura della montagna. Secondo quanto illustrato dagli speleologi, la cavità si sviluppa per circa 100 metri all’interno della montagna, con un tratto percorribile di circa 35-40 metri. All’esterno, l’allineamento delle fratture prosegue per circa mezzo chilometro.

La Grotta ‘Giulia da Neda’

La cavità si trova nel territorio di Scurano, nel comune di Neviano degli Arduini, nella località di Neda, sul versante parmense della Val d’Enza, a quota 510 metri.

La scoperta è nata da un piccolo foro al suolo, poi progressivamente ampliato fino a raggiungere un diametro di circa un metro.[1]

Ferrari ha spiegato che la frattura era stata esplorata circa 7-8 anni fa e risulta censita nel Catasto Regionale delle Grotte dell’Emilia Romagna.

In fondo al ramo noto della grotta è stato osservato un rigagnolo d’acqua. Il punto centrale, oggi, è capire dove quell’acqua vada e quale relazione abbia con l’assetto interno della montagna.[1]

Le verifiche richieste

Il presidente regionale dell’Ordine dei Geologi, Fabrizio Giorgini, ha definito la cavità un elemento di debolezza da approfondire.

Ha chiarito che non si tratta di una presa di posizione a favore o contro la diga, ma di una richiesta tecnica di studio. La sua osservazione si lega alla normativa, che prevede l’assenza di elementi di fragilità in prossimità di un manufatto come un invaso.[1]

Secondo Giorgini, la grotta non era emersa nel dibattito pubblico fino agli approfondimenti successivi alle osservazioni.

Proprio il ricorso al catasto delle cavità e alle verifiche documentali ha permesso di riportarla alla luce.

Per questo i geologi chiedono che chi seguirà il progetto tenga conto della struttura, della sua geometria e della possibile continuità della frattura in profondità.[1]

Il peso dei dati tecnici

Il caso mostra quanto siano importanti le indagini preliminari quando si progettano opere in aree complesse.

La grotta non va letta solo come curiosità speleologica, ma come possibile indicatore della struttura geologica locale.

La sua presenza vicino alla stretta di Vetto richiede valutazioni su stabilità, permeabilità e comportamento delle acque sotterranee.[1]

Il mondo speleologico, in questo caso, ha fornito dati utili alla lettura del territorio.

In una prospettiva tecnica, la cavità rappresenta un punto da indagare con attenzione prima di definire interventi che possano modificare l’area.

L’attenzione si concentra quindi non solo sulla grotta, ma sull’intero sistema di fratture e faglie e sul loro significato per la futura diga.[1]

Un tema per la speleologia

Per la speleologia italiana, il caso di Vetto conferma il valore delle osservazioni sul campo e dell’accatastamento in uno strumento condiviso e riconosciuto dalla Regione quale è il Catasto Speleologico Regionale.

Anche una cavità recente, fuori dai grandi contesti carsici, può avere un ruolo decisivo nelle scelte di pianificazione territoriale.

La vicenda dimostra anche come la collaborazione tra speleologi e geologi resti centrale quando si lavora su infrastrutture sensibili.[1]

Nel quadro più ampio della speleologia, la protezione e la conoscenza del sottosuolo non servono solo alla ricerca scientifica.

Servono anche a leggere correttamente il territorio prima che vengano prese decisioni irreversibili.

Il caso della diga di Vetto entra così tra gli esempi in cui una grotta, pur piccola e recente, diventa un dato tecnico da non trascurare.[1]