Un nuovo studio paleozoologico svela i segreti del più importante sito di arte rupestre del Mediterraneo

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La Grotta dei Cervi di Porto Badisco, situata nel comune di Otranto in provincia di Lecce, emerge come protagonista di una ricerca archeologica che sta ridefinendo la comprensione del rapporto tra uomo e animali nella preistoria italiana.

Lo studio condotto dalle ricercatrici Claudia Minniti del Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università La Sapienza di Roma e Ida Tiberi, collaboratrice della Soprintendenza ABAP per le province di Brindisi e Lecce, ha analizzato i materiali archeologici recuperati negli scavi degli anni Settanta, pubblicando i risultati sulla prestigiosa rivista internazionale Archaeofauna.[1]

Arte rupestre e archeologia speleologica: un patrimonio sotterraneo unico

La Grotta dei Cervi di Porto Badisco rappresenta uno dei siti di arte rupestre più significativi del bacino del Mediterraneo.

Il complesso sotterraneo, caratterizzato da un intricato labirinto di corridoi, custodisce un ingente patrimonio pittorico che testimonia millenni di frequentazione umana.

Le ricerche speleologiche hanno documentato una continuità di utilizzo del sito che si estende dal Paleolitico superiore, a partire dal 31.000 a.C., fino all’età del Bronzo finale.[1]

La speleologia archeologica ha rivelato che la grotta ha ospitato cerimonie collettive ininterrotte per oltre venticinque millenni.

I periodi di massima frequentazione coincidono con il Neolitico medio e finale e l’Eneolitico, fasi che hanno visto la produzione artistica più intensa.[2][1]

Metodologie di scavo e sfide interpretative nella ricerca speleologica

Gli scavi archeologici condotti da Lo Porto negli anni 1970 e 1971 hanno utilizzato la tecnica dei tagli stratigrafici di 20 centimetri, metodologia che ha causato inevitabili commistioni di materiali appartenenti a epoche diverse.

Questa problematica, comune nelle esplorazioni del secolo scorso, ha reso necessario un approccio estremamente cauto nell’interpretazione dei dati archeologici.[2][1]

La ricerca archeozoologica ha potuto contare su una discreta affidabilità cronologica solo per i resti animali recuperati nella cavità E, dove l’associazione dei materiali ceramici ha permesso di distinguere i livelli eneolitici da quelli neolitici.

La presenza di resti di equidi in tutti gli strati conferma che le operazioni di scavo hanno intaccato anche le stratigrafie più antiche.[1]

Analisi archeozoologica: strategie di sfruttamento animale nella preistoria

L’analisi archeozoologica condotta sugli assemblaggi faunistici della Grotta dei Cervi ha fornito dati preziosi sulle strategie di sfruttamento delle specie domestiche durante il Neolitico e l’Eneolitico.

I risultati, pur necessitando di estrema prudenza interpretativa a causa delle limitazioni metodologiche degli scavi originari, delineano un quadro coerente con le conoscenze economiche dei contesti coevi dell’Italia meridionale.[1]

La speleologia scientifica moderna riconosce l’importanza delle grotte come archivi stratigrafici eccezionali, capaci di conservare testimonianze archeologiche per millenni grazie alle condizioni ambientali particolarmente stabili.

In questo contesto, la Grotta dei Cervi rappresenta un caso di studio esemplare per comprendere l’evoluzione dei rapporti tra comunità umane e mondo animale durante la preistoria.[2]

Speleologia cultuale e significato rituale del sito

La frequentazione cultuale della Grotta dei Cervi testimonia l’importanza simbolica e religiosa che le cavità sotterranee rivestivano nelle società preistoriche.

Le cerimonie collettive documentate archeologicamente si inseriscono in un panorama più ampio di utilizzo rituale delle grotte, fenomeno che caratterizza la speleologia cultuale del Mediterraneo antico.[2][1]

Le pitture rupestri, elemento distintivo del complesso di Porto Badisco, si accompagnano ai resti faunistici suggerendo un utilizzo multifunzionale dello spazio sotterraneo, dove pratiche quotidiane e attività rituali si intrecciavano in modi complessi.

Questa dimensione multiforme dell’occupazione umana delle grotte rappresenta un filone di ricerca fondamentale per la speleologia archeologica contemporanea.[1][2]

Implicazioni per la ricerca speleologica e archeologica

Lo studio sistematico dei materiali della Grotta dei Cervi, intrapreso solo di recente, dimostra l’importanza di riesaminare le collezioni archeologiche storiche con metodologie moderne.

Questa approccio si allinea con le migliori pratiche della speleologia scientifica attuale, che privilegia la conservazione e lo studio approfondito dei reperti rispetto all’esplorazione puramente esplorativa.[2][1]

La ricerca ha permesso anche una rilettura critica delle stratigrafie messe in luce cinquant’anni fa, evidenziando come l’evoluzione delle tecniche di scavo e di analisi possa fornire nuove chiavi interpretative per siti già noti.

Questo aspetto risulta particolarmente significativo nel campo della speleologia archeologica, dove molti siti storici meritano una rivalutazione alla luce delle conoscenze contemporanee.[1][2]

L’integrazione tra archeozoologia e speleologia apre prospettive innovative per la comprensione dei processi culturali preistorici, dimostrando come l’ambiente ipogeo possa conservare tracce uniche dell’interazione tra uomo e animali nel corso dei millenni.

La Grotta dei Cervi di Porto Badisco si conferma quindi non solo come tesoro artistico del patrimonio italiano, ma anche come laboratorio privilegiato per la ricerca interdisciplinare nel campo delle scienze archeologiche e speleologiche.

Fonte: https://dialnet.unirioja.es/servlet/articulo?codigo=10340775