Dal deserto dell’Arabia spunta una scoperta straordinaria: 4000 anni di storia conservati nelle cavità sotterranee, con il contributo fondamentale di due ricercatori italiani
Nel 2022, un gruppo di speleologi e ricercatori del Centro Nazionale per la Fauna Selvatica dell’Arabia Saudita, esplorando un complesso sistema di grotte in un’area remota del Paese, si è imbattuto in una scoperta straordinaria: sette ghepardi mummificati naturalmente, perfettamente conservati grazie all’ambiente fresco, asciutto e buio delle cavità.
Alcuni di questi esemplari risalirebbero a circa 130 anni fa, mentre altri potrebbero avere addirittura quasi 2000 anni. Ma non è tutto: oltre alle mummie, sono stati recuperati anche i resti scheletrici di più di 50 ghepardi, databili fino a 4000 anni fa.
Secondo Carlos Duarte, ecologo della King Abdullah University of Science and Technology, questa scoperta è “un’autentica sorpresa”: mai prima d’ora erano stati segnalati ghepardi in grotta, né tanto meno in uno stato di conservazione così eccezionale.
Le grotte come tane preistoriche
All’interno delle cavità sono stati trovati anche escrementi di ghepardo e ossa masticate delle loro prede, suggerendo che queste grotte venivano usate regolarmente come tane.
Un rifugio naturale dal calore del deserto.
L’ambiente stabile ha inoltre permesso di preservare il DNA dei ghepardi mummificati. I ricercatori sono riusciti a estrarre e sequenziare interi genomi, rilevando forti somiglianze genetiche con due sottospecie ancora esistenti: il ghepardo asiatico e quello dell’Africa nord-occidentale.
Verso un ritorno del ghepardo in Arabia?
I ghepardi si sono estinti localmente nella Penisola Arabica negli anni ’70, ma questa scoperta potrebbe essere la chiave per la loro reintroduzione in natura, secondo Duarte e i suoi colleghi.
Data la scarsità dei ghepardi asiatici (meno di 30 individui in Iran), i ricercatori propongono di utilizzare esemplari dell’Africa nord-occidentale che, pur essendo anch’essi in pericolo, contano ancora circa 400 individui e alcuni programmi di allevamento in cattività.
Il governo saudita ha già avviato iniziative in questo senso, come l’allevamento di prede naturali (oryx, gazzelle) e la creazione di aree protette.
La speranza è che, un giorno, i ghepardi possano nuovamente abitare queste grotte, le stesse che hanno accolto i loro antenati per millenni.
Come conclude Laurie Marker del Cheetah Conservation Fund, “il successo non sarà immediato, ma il potenziale c’è, ed è grande!”
Foto di copertina: Un ghepardo (Acinonyx jubatus), simbolo della velocità e della fragilità degli ecosistemi – pubblico dominio – pixnio.com
Fonte: Annie Roth, “Cheetah mummies found in Arabian caves provide rare genome from a lost population”, National Geographic, 15 gennaio 2026 – https://www.nationalgeographic.com/science/article/cheetah-mummies-genome-cave-saudi-arabia
Il contributo italiano
Con grande orgoglio segnaliamo che anche l’Italia ha partecipato a questa importante scoperta.
Tra gli autori dello studio, pubblicato su Nature, figura anche prestigiosi studiosi italiani quali:
Francesco M. Galassi, MD – Paleopatologo e medico, direttore dell’Anthropological Paleopathology Lab, noto per le sue ricerche su mummie umane e animali. Esperto in approccio interdisciplinare tra medicina, archeologia e storia naturale.
Elena Varotto – antropologa, esperta studiosa delle mummie, ricercatrice, specializzata in analisi radiologiche e mummificazione naturale. Collabora da anni con il Prof. Galassi in studi su resti umani e animali, con attenzione alla comunicazione scientifica.
Il gruppo di ricerca italiano ha curato l’analisi mummiologica e paleoradiologica dei ghepardi ritrovati, contribuendo a ricostruire lo stato di conservazione, l’età e i processi di mummificazione naturale: un contributo fondamentale per comprendere l’evoluzione storica della specie e supportare strategie di conservazione future.
Qui lo studio completo:
https://www.nature.com/articles/s43247-025-03021-6