Saliha Mohamedi, 36, sits with her children at their troglodyte house on the outskirts of Matmata, Tunisia, February 4, 2018. "I don't want to leave my house, it would be as if I was throwing my life and my traditions away," Saliha said. REUTERS/Zohra Bensemra SEARCH "BENSEMRA MATMATA" FOR THIS STORY. SEARCH "WIDER IMAGE" FOR ALL STORIES. - RC172C50F890

John Bartlett, “A last glimpse inside the world’s vanishing cave societies”, National Geographic, luglio 2025
https://www.nationalgeographic.com/culture/article/cave-dwellers-human-adaptation

Nell’articolo pubblicato su National Geographic a luglio 2025, il giornalista John Bartlett, accompagnato dalla fotografa Tamara Merino, racconta un mondo nascosto: quello delle ultime società umane che vivono stabilmente nelle grotte.

Dwellers significa abitanti: in questo caso, cave dwellers sono persone che abitano le grotte non per scelta occasionale, ma come stile di vita quotidiano. Questo termine, quasi arcaico, descrive comunità che vivono sottoterra per motivi climatici, culturali, spirituali o economici.

Un viaggio che tocca quattro continenti, attraversando realtà molto diverse tra loro ma unite da un filo comune: la resistenza alla scomparsa. In un tempo in cui la spinta verso l’urbanizzazione sembra inarrestabile, queste comunità sotterranee ci ricordano un altro modo di vivere, più integrato con la terra e forse anche più lungimirante.

Coober Pedy, Australia: la città sotto la sabbia

Nel cuore del deserto Simpson, Tamara Merino incontra Coober Pedy, una cittadina fondata dopo la scoperta di opali nel 1915. Qui, le temperature superano i 49°C d’estate e l’acqua è preziosa come l’oro. Gli abitanti, per sfuggire al calore, hanno iniziato a scavare rifugi sotterranei: oggi, la maggior parte delle case, delle chiese e persino dei negozi si trova sottoterra.

Merino descrive la comunità come profondamente connessa al paesaggio. La vita si svolge tra cunicoli freschi e pareti scavate nella pietra rossa. Una soluzione nata per necessità, diventata identità. “È un modo di vivere che ha senso ecologico e climatico,” racconta la fotografa, colpita dalla quiete e dalla stabilità delle temperature.

Sud Tunisi: sabbia, roccia e resilienza berbera

Nel sud della Tunisia, le comunità Imazighen (Berberi) abitano case-grotta scavate in colline di arenaria da secoli. Dopo l’indipendenza del paese nel 1956, il governo cercò di modernizzarli, offrendo alloggi prefabbricati in superficie. Ma il passaggio fu traumatico: le promesse (acqua, elettricità, servizi) spesso non furono mantenute, e la nuova vita fu segnata da disagi e nostalgia.

Molti rimpiangono l’antica vita. “Ci hanno mentito. Hanno preso tutto e non ci hanno restituito nulla,” dice Slimen Ben Massoud, ex abitante delle grotte.

Tuttavia, alcune famiglie hanno deciso di restare. Come i Haamdi, che vivono in un’abitazione scavata a Beni Aïssa. All’interno, convivono elementi tradizionali e moderni: nicchie piene di cipolle e spezie, tappeti, cuscini, internet tramite antenna, e TikTok registrati nelle stanze sotterranee. Una convivenza tra culture, generazioni e materiali. La casa resta fresca, anche sotto il sole sahariano.

Petra, Giordania – Memoria viva tra le rovine

A Petra, antica città nabatea scavata nella roccia, per secoli i beduini hanno vissuto in simbiosi con le tombe e i templi. Fino agli anni ’80, la comunità abitava tra le antiche stanze, portando capre e coltivando i pendii sotto le tombe reali. Quando Petra fu dichiarata patrimonio dell’umanità, il governo giordano decise di spostare le famiglie altrove.

Oggi, molte vivono nei villaggi moderni. Ma circa 120 persone resistono, adattandosi agli spazi periferici. Le stanze dei Nabatei sono oggi cucine, stalle, officine. Raya Hussein Semahin, 90 anni, vive in una grotta con cucina a legna, armadi scavati nella roccia e luci solari. Per lei e per altri, Petra non è solo un sito turistico, ma casa e identità.

“Vivere fuori da Petra sarebbe come togliere le spezie da un piatto,” dice. “Rimane solo il vuoto.”

Ha Kome, Lesotho – Rifugio ultimo, dignità prima

Nel piccolo regno africano del Lesotho, la grotta di Ha Kome è stata rifugio per una tribù in fuga nel XIX secolo. Oggi, è casa per chi non ha alternative. Alcuni discendenti, come Ntefane, vivono ancora lì: senza elettricità né comfort, ma con rispetto per la terra. La sua casa è fatta di fango e bastoni, ha un braciere, pelli di animali e un fiume da cui attinge acqua.

Accanto a lui, Sebastian Khuts’oane ha riaperto la grotta dove ha cresciuto i figli, per ospitare dei parenti. Ha Kome, un tempo baluardo contro la guerra, è ora un luogo di solidarietà, radici e adattamento.

Cappadocia, Turchia: vita tra favole e bulldozer

Nel paesaggio onirico della Cappadocia, in Turchia centrale, le case scavate nella roccia vulcanica resistono da oltre 4.000 anni. Oggi, molte sono hotel, ristoranti e boutique per turisti. Oktay e Hanife Torun, a Ortahisar, vivono ancora nella loro grotta, come fanno da più di quarant’anni.

La loro casa ha tutto: elettricità, acqua corrente, silos naturali per bulgur, lenticchie e noci. La temperatura è stabile. Ma i rumori delle trivelle degli hotel vicini fanno tremare le pareti. “Quando apriamo la porta, vogliamo respirare aria vera e vedere la valle,” dice Hanife.

Perché raccontarlo oggi

Il viaggio racconta più di un modo di vivere: racconta una visione del mondo. Le grotte non sono solo ripari del passato, ma testimonianze viventi di un legame profondo con il territorio, il clima, la memoria.

In un momento storico dominato da crisi climatiche, migrazioni forzate e costruzione incessante, sono queste comunità ad offrire un esempio alternativo: abitare il pianeta senza ferirlo, con sobrietà e rispetto.

“Abbiamo dimenticato l’importanza del nascosto, dell’invisibile, del sotterraneo,” ricorda Pietro Laureano, architetto e consulente UNESCO.

Fonte:

John Bartlett, “A last glimpse inside the world’s vanishing cave societies”
National Geographic, luglio 2025
https://www.nationalgeographic.com/culture/article/cave-dwellers-human-adaptation
Fotografie e reportage sull’articolo: Tamara Merino

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