Lo studio di Storia, roccia e speleologia porta a una scoperta, grazie al lavoro sul campo di studiosi ed esploratori
Il Carso triestino continua a rivelare i suoi segreti, non solo nelle sue cavità ma anche sulla superficie calcarea che ne custodisce la memoria. Dopo quasi quattro secoli, è stato finalmente localizzato il celebre “scoglio delle tre croci”, il banco roccioso inciso che segnava gli antichi confini tra la Città di Trieste, la Signoria di Schwarzenegg e quella di Duino.
Le tre croci compaiono già in un Atto di confinazione del 1632, conservato presso l’Archivio Diplomatico della Biblioteca di Trieste, e vengono ribadite in documenti del 1701 e del 1767. Mentre i cippi settecenteschi sono tuttora visibili, della roccia incisa si erano perse le tracce, alimentando per secoli la curiosità di storici e studiosi del Carso. Ora, il ritrovamento.
La foto della roccia incisa con le tre croci è sulla pagina FB del Piccolo, a cui rimandiamo

A risolvere il mistero sono stati Mario Carboni, Maurizio Radacich e Sergio Vianello del Club Alpinistico Triestino, Gianfranco Tomasin dello Jamarski Klub Kraski Krti e lo storico medievalista Fulvio Colombo. Il banco calcareo è stato individuato tra Fernetti e il raccordo autostradale, in prossimità dei cippi che delimitano ancora oggi i confini tra Trieste, Duino e le aree censuarie di Banne, Trebiciano e Sesana.
La scoperta ha un valore particolare anche per il mondo speleologico. Tra i protagonisti figura infatti Maurizio Radacich, che da oltre vent’anni svolge attività per il CAT. La sua passione per le cavità naturali e artificiali nasce nel 1968, quando inizia a frequentare un gruppo speleologico triestino. Da allora il suo interesse si è esteso ai fenomeni carsici, alla formazione delle grotte e soprattutto alla storia che esse raccontano, luoghi frequentati dall’uomo fin dalla preistoria come rifugio, spazio di vita e testimonianza culturale.
È proprio l’approccio multidisciplinare — fatto di esplorazione sul terreno, conoscenza del carsismo e ricerca storica — che ha permesso di ricomporre il puzzle delle Tre Croci. Le incisioni, già definite “antiche” nei documenti seicenteschi, potrebbero risalire addirittura al Cinquecento; sono ora in corso studi per una datazione più precisa.
Il risultato dimostra che il Carso triestino va davvero scoperto dal profondo: non solo scendendo nelle grotte, ma leggendo le tracce lasciate sulla roccia, intrecciando speleologia, storia e paesaggio.
Il territorio continua a parlare a chi vuole e sa ascoltarlo.
