di
G.G.
Tutto è iniziato sabato 28 Gennaio
quando con il gruppo speleologico d’Amelia, che avevamo già incontrato
rispondendo ad una segnalazione, siamo andati a fare un’escursione nella
grotta di Montebuono. Già questa uscita aveva dato buoni frutti dato che
Stefano Baroncini, in arte Scudiero, uno tra i migliori fessuristi d’Italia,
era riuscito a strappare alla grotta un’altra decina di metri forzando una
fessura nella quale alcuni mesi prima Andrea Liberati (Fritz
Mayer) era rimasto
quasi irrimediabilmente incastrato. Uscendo dalla grotta, chi vi scrive ha
notato tra la prima e la seconda
strettoia un pozzetto alto un metro circa e largo una settantina di centimetri
dal quale proveniva una discreta corrente d’aria.
Guardando al suo interno il pozzetto
risultava pieno di detriti. Raggiunto da Virgilio Pendola decidiamo di togliere
quei sassi, gettati lì, secondo il suo ricordo, da chi per primo esplorò la
grotta 12 anni fa per disostruire la strettoia che era sulla via di un più
probabile ed immediato sviluppo.
Tolto il casco ed infilatomi a testa
in giù vedo con la coda dell’occhio una possibile ma ardua
prosecuzione. Il pozzetto devia sulla destra bruscamente formando una L
con un cunicolo che stimo ad occhio avere un’altezza di circa 40 centimetri.
Per quel giorno la nostra ricerca
finiva lì, visto che tutti gli altri erano già fuori e sollecitavano la nostra
uscita.
Domenica 26 Febbraio decidiamo di
tornare sul posto. Andrea Scatolini ed il sottoscritto, dopo un giro nella parte
alta della grotta, iniziamo a turno ad infilarci a testa in giù senza casco,
che in quella posizione impedisce i pochi movimenti che si possono fare,
continuando il lavoro lasciato in sospeso la volta precedente.
Afferrati uno o due sassi a seconda
delle dimensioni chi è fuori comincia ha tirare per i piedi il poveretto di
turno a testa in giù sfidando le ernie più nascoste ed emettendo strani rumori
finché i detriti non vengono accatastati da una parte.
Dopo che diversi sassi erano stati
portati fuori giunto il mio turno di scavo, forse a causa del sangue alla testa,
decido di provare a passare.
Sono a testa in giù, mando in casco
in avanti e mi lascio scivolare dentro. Andrea, tanto per farmi coraggio mi
dice: “Sei al punto di non ritorno ... o passi o rimani lì!”.
Riflettendo ora mi rendo conto che
è stata un’imprudenza visto che per un attimo ho pensato di non potere andare
più avanti, ritrovandomi incastrato ad L come la strettoia. Sento la schiena
scricchiolare e la pizza mangiata la sera prima che sta cercando di guadagnare
l’uscita.
Con la schiena piegata
innaturalmente all’indietro comincio
con la testa a scansare i sassi che
mi impediscono di passare e dopo un’ultimo sforzo e qualche “frase di
incoraggiamento” sono dall’altra parte tutto sano e cosa più importante tutto in orizzontale.
Guardo meglio davanti a me e mi
rendo conto che continua.
Dico ad Andrea di scendere però con
i piedi vista la mia esperienza. Mi rigiro, tolgo quei pochi sassi rimasti
vicino alla strettoia e poi proseguo l’esplorazione. Un paio di testate contro
la roccia mi avvisano che sono senza casco.
Il cunicolo si allarga prosegue per
poco meno di dieci metri poi un’altro pozzetto profondo circa un metro pieno
di terra fresca di colore scuro.
Sto per entrare quando sento dei
lamenti provenienti dalla strettoia ad L... Andrea ha dei problemi a passare.
Ritorno sui miei passi (per meglio dire striscio). Andrea non riesce a far
passare le gambe, lo spigolo della L non gli permette di piegare le ginocchia.
Decide di provare a pancia sotto, questa volta sembra che vada meglio ed alla
fine non senza fatica anche lui forza la strettoia.
Andiamo verso il pozzetto in fondo
al cunicolo. Andrea si infila dentro la strettoia subito si accorge che tira
molta aria. Prosegue sulla sinistra per passare però bisogna togliere della
terra. Non avendo nulla per scavare usiamo le mani visto che la è terra fresca.
Ad occhio e croce siamo sotto
l’ingresso della grotta, quindi lungo il fosso, data l’aria che tira
potremmo essere vicini ad una seconda entrata.
Dopo un po’ di lavoro forziamo,
anche se non completamente la seconda strettoia, ma c’è ancora da scavare,
sembra proseguire sulla sinistra.
Mentre Andrea scava torno indietro
per controllare che non mi siano sfuggite altre possibilità di sviluppo meno
evidenti. In effetti è così.
Risalendo a circa metà cunicolo
sulla destra in alto vedo un buco
abbastanza grande per provare ad infilarmici. Chiamo Andrea più volte ... è
stata dura distrarlo dallo scavo.
Guardando con più attenzione sembra
proseguire ed esserci un movimento d’aria.
Provo ad entrare di testa ma non
riesco a far passare le spalle, Andrea comincia a spingermi ma proprio non
riesco a passare. Provo ad entrare con i piedi. Il buco è in alto sulla parete
ed io sono costretto ad un funanbolico tentativo. Andrea comincia a ridere, mi
spinge per le spalle ma i fianchi non riescono a passare ed infine mi tira
fuori.
Mentre ci riposiamo pensiamo al nome
da dare alla strettoia ad L ... alla fine concordiamo “corrime appresso e
cascame addosso” dal nome della pizza che avevo mangiato la sera prima e che
durante il mio passaggio stava facendo la sua inquietante ricomparsa.
Andrea decide di fare anche lui un
tentativo. Prova ad entrare di testa ma subito desiste.
Decido di fare un tentativo estremo, mi spoglio,
rimanendo solo in t-shirt e boxer. Provo di testa, le spalle stanno quasi per
passare ma la t-shirt si impiglia e comincia a tirarmi sul collo. Andrea mi tira
fuori. Faccio un ultimo tentativo, tolgo la t-shirt, Andrea ormai ride a
crepapelle, in effetti mi diverto anch’io, passano le spalle, sono quasi
dentro il cunicolo, poi il pensiero di non riuscire più a tornare indietro mi
blocca. Andrea comincia a tirare ed alla fine riesce a portarmi fuori da quel
maledetto buco. Ridiamo entrambe, comincio a rivestirmi, “ringraziando”
Andrea per essersi seduto sopra i miei vestiti. Per Andrea questa sarà la
strettoia “liabel”, concordo, anche se mi riprometto di ritornare con il
demolitore e degli attrezzi per lo scavo. Siamo comunque molto soddisfatti per
aver trovato questo nuovo pezzo di grotta, cosa molto rara soprattutto a Montebuono
battuta oramai da molti anni.
Sabato 4 Marzo, Libero, Andrea ed io
attrezzati di tutto punto partiamo alle otto da Narni.
Arrivati a Montebuono scarichiamo
l’automobile di Andrea, proviamo il gruppo elettrogeno che subito si mette in
moto pur essendo stato fermo per tre anni. Portiamo tutto davanti alla grotta,
colleghiamo il demolitore al gruppo elettrogeno, proviamo a metterlo in moto ma
non parte. Due, tre...dieci tentativi e più ma non ne vuole sapere. Andrea
decide di rimanere fuori a far compagnia al demolitore, con Libero prendiamo
“la sacca di scavo” ed entriamo.
Libero pur la non piccola mole non
ha grossi problemi a passare la c.a. e c.a. e subito, sceso il secondo pozzetto
si mette all’opera scavando con una cazzuola e con le mani. Con la paletta
tattica recupero la terra che
Libero scansa e la butto dove posso.
Non riesco a tenere il ritmo di
Libero, mi manda più terra di quanta io ne possa buttare via. Ci diamo il
cambio ma la maggior parte del lavoro la fa Libero che quasi subito riesce a
passare nella seconda parte della strettoia. Sembra proseguire verso sinistra,
quindi dalla parte opposta del fosso. Al mio turno, scavato un pò, mi rendo
conto che la terra e la terza strettoia formano un sifone, scavo in basso, al di
là sembra esserci del vuoto. Riprende Libero a scavare. Poco dopo ci fa visita
Andrea (è troppo forte il richiamo della grotta o la noia di stare fuori da
solo?). Anche lui comincia a scavare. Io intanto mi riposo e faccio qualche foto
ad Andrea che spala la terra che gli passa Libero, credo che “La grande
fuga”, titolo dell’omonimo film sia il nome più adatto dato lo scavo che
stiamo facendo.
Dopo un po’ non sento più scavare
Libero, lo chiamo ma non mi risponde, Andrea mi dice che è riuscito a
passare...: “Come , dove, prosegue, tira aria?” domando io, ma nessuno dei
due mi risponde. Chiamo diverse volte alla fine uscendo dalla strettoia Andrea
dice che mi vuole Libero.
Passo il sifone, c’è un’altro
piccolo ambiente, in alto a sinistra un cunicolo che sale, in basso una
strettoia.
Vado sul cunicolo che però diventa
troppo stretto per continuare a salire. Vedo però che in cima si dirama a
destra ed a sinistra ... ci rifletto un’attimo poi chiedo a Libero di dire ad
Andrea di andare alla “liabel”, butto avanti il casco ed Andrea mi conferma
che vede della luce. Di qui per adesso non si va, vediamo sotto. Libero aveva già
provato a passarci ma visto che si tratta di un lungo cunicolo mi dice che, non
sapendo se sarebbe potuto tornare indietro, avrei dovuto provare io. Non so se
credergli, ho l’impressione che voglia lasciarmi l’ingresso. Comunque sia
vado.
Il cunicolo è alto si e no una trentina di centimetri e lungo
diversi metri alla fine del quale come in una prigione vi sono delle sbarre di
calcare. Spingo avanti il casco, l’ambiente si allarga, guardo un secondo
ancora questo spettacolo naturale che nessuno vedrà più poi con il martello
comincio a creare una via di uscita.
Sono dall’altra parte, chiamo
Libero, poi mi guardo intorno. Sulla destra sale un cunicolo, ma davanti a me è
tutto libero, c’è una stanza. Guardo intorno è pieno di cunicoli, due
pozzetti sulla destra scendono, sempre sulla destra un camino, di fronte a me
prosegue ancora. Non so dove guardare sono inebriato da questo spettacolo che
nessuno
ha mai visto prima, capisco cosa potessero provare gli esploratori quando
davanti a loro avevano solo l’incognito. Un rumore rauco mi riporta alla realtà
è Libero che sta venendo avanti. Torno indietro e cerco di allargare la
strettoia, gli dico scherzando: “Vieni che te la faccio su misura”. La
risposta e adeguate alla battuta, affronta la strettoia ed esce vittorioso.
Andrea ci segue ed anche lui passa portando con se la mia macchina fotografica.
Scatto qualche foto mentre Andrea e
Libero si guardano intorno come stregati.
Andrea: “Che spettacolo...”.
Libero è andato avanti: “Di qua
prosegue!”. Lo raggiungiamo trovandoci di fronte un cunicolo che sale pieno di
terra.
-:” Qui c’è una frana...tira
anche aria”, dice Libero.
Passato il cunicolo in alto sulla
destra vedo dei sassi non molto grandi incastrati tra loro, non dovrebbe essere
difficile togliere il “tappo”. Libero ci fa notare che potrebbe essere
pericoloso...però già che siamo lì. Inizio con un martello a rompere un primo
sasso che si trova in basso alla frana. Lo spazio per ripararsi non è che sia
molto, anzi tutt’altro. Tolti pochi sassi tutto sembra essere tranquillo
quando, toccatone appena un’altro, un sasso di diversi chili mi cade su di un
ginocchio.
Forse è meglio lasciar perdere,
tolgo un’ultimo sasso e poi veniamo via.
Andrea decide di infilarsi nel primo
pozzetto che si trova sulla destra una volta entrati nella saletta, io mi guardo
un po’ intorno insieme a Libero che poco dopo raggiunge Andrea.
Deve esserci qualche fessura dai
discorsi che gli sento fare.
Decido di entrare nel secondo
pozzetto che è un po’ più stretto del primo.
Ci sono molte diramazioni, sembra un
colabrodo ma la via è obbligata. Sento chiaramente le voci di Andrea e Libero
che ho l’impressione si sia incastrato. Continuo a scendere per questo
pozzetto che procede a zig zag quando...ops! Non ho più un’appoggio per i
piedi. Cerco di guardare in basso ma il pozzetto è troppo stretto. Alla fine
dopo vari tentativi riesco ad appoggiare un piede sopra qualche cosa e mi tiro
fuori.
Sono in una stanza piena di buchi e
di massi franati. Il mio piede si trova sulla punta di un masso a forma di
piramide sotto dei fori, sposto una mano ma una placca di roccia viene via, la
lascio cadere e mi accorgo che sotto continua.
Mi trovo sopra
una frana che nasconde un pozzo (?). Non mi sento molto tranquillo, chiamo
Andrea e Libero. Rispondono, mi volto e vedo una luce uscire dalla roccia. Salgo
a contrasto tra due massi e vedo Libero compresso in una strettoia: “Dove sei
passato?” mi chiede. Tornano sui loro passi.
Non so dove andare un po’ perché
non mi sento sicuro lì da solo un po’ perché ci sono talmente tanti buchi e
possibili prosecuzioni che non so da dove cominciare. Mi metto tranquillo ed
aspetto gli altri.
Arrivati Andrea e Libero cominciamo ad esplorare. Sulla destra
usciti dal pozzetto c’è una prosecuzione, di fronte un cunicolo di un metro e
poi un pozzo di 5 o 6 metri, proseguendo al centro della sala c’è un’altro
pozzo. Libero propone “pozzifabau” come nome da dare a questa sala, siamo
tutti d’accordo.
Salendo sulla sinistra troviamo una
saletta. E’ bellissima, molto ricca di strane concrezioni tra cui una a forma
d’arpa. Ci fermiamo un’attimo per
fare il punto ma, guardandoci intorno, vediamo che in fondo alla sala
c’è una piccola frana che
ostruisce una probabile prosecuzione. Cominciamo a togliere i primi sassi, ci
accertiamo che prosegua, poi decidiamo di fermarci come a non voler violare
ulteriormente la grotta (almeno per questo giorno). Questa sarà la “sala
dell’arpa celtica” dalla forma della concrezione che vi si trova.
Decidiamo di tornare indietro, si
sta facendo tardi.
Usciti dalla sala dell’arpa
celtica di fronte a noi un toboga che non avevamo visto prima. Andrea ci si
infila a contrasto poi sente della terra cadere...in fondo al toboga c’è
un’altro pozzo, l’ennesimo e chissà quanti altri ancora ne nasconde la “pozzifabau”.
Ci avviamo verso l’uscita,
soddisfatti è dir poco. Torneremo con una più adeguata attrezzatura, consci
che il merito per ciò che è accaduto oggi non è forse tutto nostro ma anche
di chi ci ha preceduto, trasmesso la passione e pazientemente insegnato.
Un’ultima foto all’uscita della grotta di Montebuono mostra le nostre tute strappate sporche di fango, i nostri volti sorridenti e le mani alzate in segno di vittoria.