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LA GROTTA DI MONTEBUONO

 

Il Pretaro, la Speranza ed i Baiocchi

Tratto dall'omonimo articolo pubblicato su "speleologia n° 18"

Raramente leggenda e reltà si incontrano. Ma talvolta accade, specie quando un tenue soffio d'aria alimenta speranze che diventano certezze.

Di Roberto Nini

Oltre la speranza

Anche un tenue soffio d'aria dà la speranza agli speleologi che trovano una nuova grotta che essa possa proseguire, quando poi il soffio diventa vento la speranza si fa certezza e forse per questo avremmo dovuto chiamare la Grotta del Pretaro nei pressi di Montebuono in provincia di Rieti, Buca della Certezza e non della Speranza.

Questa cavità ha una storia tutta particolare che vale la pena di descrivere prima di curare l'aspetto puramente speleologico.

Nel 1944 i tedeschi in ritirata fecero saltare il Ponte del Pretaro sulla strada che da Magliano Sabina conduce a Montebuono e gli alleati per assicurare le comunicazioni aggirarono il fosso con una nuova strada aperta con mezzi meccanici, oggi abbandonata. Quel lavoro portò alla luce un piccolo foro sulla roccia che fu presto ricoperto dalla vegetazione e dimenticato da tutti meno che da un certo "Pippo" che ai primi di agosto del 1983, armato di roncola, martello e scalpello allargò il pertugio quel tanto che bastava per infilare dentro la testa e vedere cosa ci fosse; Sapremo poi di un'antica storia e di un tesoro che alcuni briganti avevano nascosto in una grotta da qualche parte.

Un violento getto d'aria fredda lo investì e l'ardimentoso non se la sentì di mettere dentro al buco anche il resto del corpo. A Montebuono per diffondere un comunicato non serve ricorrere ai giornali o affiggere manifesti, esiste un collaudato sistema di diffusione orale da far invidia ai più sofisticati mezzi; fatto sta che nel giro di poche ore tutto il paese sapeva della scoperta.

Il giorno dopo la notizia giunse anche alle orecchie di chi scrive, riferita da un collega di lavoro originario del paesino laziale, distante solo pochi chilometri dall'Umbria e da Narni. Lo stesso pomeriggio, spinti dalla curiosità e dalla speranza di trovare qualcosa di nuovo, ci recammo sul posto, lungo la strada provinciale, dove un gruppo di persone discuteva animatamente sui possibili sviluppi della grotta, sui fantastici tesori in essa nascosti, sui fiumi sotterranei che vi scorrevano. Alla nostra vista rimasero stupiti e ancor più lo furono quando ci infilammo nel piccolo foro circolare. Purtroppo c'erano da rimuovere dei materiali all'interno e non avevamo con noi attrezzature adatte; mentre pensavamo di tornare il giorno dopo, uno dei tanti curiosi ci informò che il Sindaco aveva emesso un'ordinanza e stava facendo costruire un cancello per impedire l'ingresso a chiunque. Era ancora vivo in tutti il ricordo di Vermicino.

Spirava un forte vento dall'ingresso, era la prima volta nella nostra attività che trovavamo un "buco" del genere con grossi potenziali sviluppi e ci volevano impedire d'entrare. Convocato lo stesso pomeriggio un summit di soci del Gruppo, decidemmo di fare un blitz notturno a qualsiasi costo: Preparato il materiale necessario, intorno alla mezzanotte uno ad uno, scaricati davanti all'ingresso già in assetto speleo, entrarono i prescelti per l'operazione che durò circa un'ora. Se all'andata nessuno aveva notato nulla, all'uscita, nonostante la tarda ora, qualcuno fu insospettito da strani movimenti ed avvisò i Vigili Urbani che, giunti sul posto in forze, volevano fare una retata per punire quei trasgressori. Le nostre suppliche e le commoventi storie raccontate sortirono il loro effetto sulle Guardie Municipali che si dimostrarono comprensive e clementi. La grotta proseguiva, era un labirinto e servivano altre uscite per cominciare a capirci qualcosa ma adesso avrebbero montato il cancello e noi eravamo stati segnalati come individui da tenere d'occhio.

Lo sappiamo tutti che gli speleologi non sono amanti delle scartoffie eppure quella volta ci dovemmo trasformare, mutare le nostre sembianze ed assumere quelle di burocrati, pronti a tutto pur di avere quella benedetta autorizzazione all'ingresso. La nostra richiesta non bastò al Sindaco, non bastarono nemmeno le referenze preparate per l'occasione dal suo collega di Narni e dal Corpo Forestale con il quale svolgevamo attività antincendio, voleva il nullaosta dei proprietari del terreno e delle Soprintendenze competenti che per il Lazio risiedono a Roma. Eravamo ormai a metà Agosto, cercare qualcuno negli uffici statali era se non impossibile, altamente improbabile ma la grotta non poteva attendere! Nonostante tutto, grazie alla gentile collaborazione di alcuni funzionari, riuscimmo ad avere in tempo ragionevole la risposta che attendevamo: "Non di nostra competenza".La proprietà inizialmente sembrava che fosse della Parrocchia e per avere il benedetto placet riuscimmo ad avere una lettera di presentazione per il Vescovo della zona da un sacerdote di Narni che ci conosceva da anni. Quando sembrava tutto pronto scoprimmo invece che la grotta rientrava nell'area di pertinenza della Strada Provinciale. Lunghe file ed anticamere nella Provincia di Rieti, a colloquio con funzionari, tecnici e assessori, poi finalmente il 20 Agosto arrivò il fatidico nulla osta e con esso il Sindaco si decise, avuta la nostra garanzia che avremmo sollevato da ogni e qualsiasi responsabilità civile e penale, ad emettere deroga all'ordinanza ed autorizzazione all'ingresso il 30 Agosto 1983. Quel giorno iniziò la storia speleologica della Grotta del Pretaro da noi soprannominata Buco della Speranza.

La prima entrata "ufficiale" fu seguita da tutto il paese e il Vigili Urbani, ormai divenuti nostri amici come lo era diventato il Sindaco, ebbero un bel daffare per regolare il traffico che si era intasato per le decine di auto ferme sul bordo della strada. Un telefono da campo riesumato per l'occasione permise per i primi cento metri di far sapere a quelli che stavano fuori come si presentava l'interno. Mancava la RAI all'uscita, per il resto c'erano tutti, curiosissimi a rivolgerci una interminabile serie di domande, ma ancora non volevamo pronunciarci e per questa nostra reticenza qualcuno seguì con attenzione da lontano il nostro cambio di abiti, convinto che tra i nostri vestiti o nei nostri sacchi celavamo l'oro e i gioielli del famoso brigante. In paese già si parlava di una seconda Frasassi e di un possibile sfruttamento turistico che ne poteva derivare, qualcuno avanzava l'ipotesi fantastica di poter convogliare, con una enorme tubazione, l'aria fresca che usciva dal buco, fin dentro il paese per avere aria condizionata in tutte le case. Qualcun altro, più realista, pensava di trasportare bar, tavolini ed ombrelloni di fronte all'ingresso della grotta per usufruire sul posto del refrigerio. Finalmente, dopo circa tre mesi di esplorazioni e rilievi, una proiezione di diapositive nella chiesa parrocchiale riunì il paese per far sapere a tutti cosa nascondeva realmente la Buca della Speranza e soddisfare la morbosa ma giustificata curiosità. Con l'occasione rivolgiamo un sentito ringraziamento all'allora Sindaco di Montebuono Sapora Antonio, ai due Vigili Urbani Lucchetti Graziano e Rocconi Antonio e tutti coloro che, superate le prime diffidenze, hanno attivamente collaborato per la riuscita dell'intera avventura.

 

La Grotta

 

Il territorio del Comune di Montebuono si estende nella parte marginale del rilievo narnese-amerino il quale ha andamento NW-SE. Tale rilievo consiste in una piega caratterizzata da formazioni rocciose di origine marina. Il complesso che a noi interessa, sia perchè domina la zona, sia perchè è quello entro cui si sviluppa la grotta, è la cosiddetta formazione del Calcare Massiccio /di età Giurassica compresa tra 190 e 136 milioni di anni fa) di spessore medio pari a 500/700 metri, molto permeabile per le fratture che presenta, attraverso le quali l'acqua può correre molto bene andando ad alimentare le falde sotterranee e le sorgenti. Alcuni idrogeologi ritengono che affioramenti di calcare massiccio posti ad occidente della Conca Reatina costituiscano un unico acquifero, insieme alle rocce di cui stiamo trattando, che alimenta le gole di Stifone poste nella gola del Fiume Nera sotto l'abitato di Narni a 90 m. s.l.m. aventi una portata di 12 metri cubi al secondo.

Questa gola è la più profonda incisione che si ha nei calcari massicci e ciò spiega la presenza di sorgenti che si trovano notoriamente nel punto più basso della falda. Il dislivello calcolato (utilizzando la carta geologica d'Italia 1:100.000 Foglio N°138 Terni) fra la quota della grotta e le sorgenti di Stifone è pari a 245 metri.

La Grotta del Pretaro o Buco della Speranza è situata nei pressi del centro abitato di Montebuono in provincia di Rieti, lungo la Strada Provinciale di Magliano Sabina adiacente l'omonimo Ponte del Pretaro. La cavità risulta posizionata sulla tavoletta 138 III S.E. dell'IGM con coordinate Long. 00° 08' W e Lat. 42°22'29" N. Quota 335 s.l.m. ed è identificata al Catasto Speleologico del Lazio con il numero 967 LA/RI. La profondità massima raggiunta è di m 41 ed il dislivello positivo è di m 5,80 per un dislivello totale di m 46,80. La poligonale principale usata per il rilievo ha una lunghezza complessiva di m 432 ma la grotta, con le sue innumerevoli diramazioni secondarie, supera molto probabilmente il chilometro di sviluppo. Sono stati effettuati due rilevamenti geologici, uno all'interno e uno all'esterno della grotta. In superficie le formazioni di Calcare Massiccio affiorano in semicerchio e si presentano in grosse bancate a reggipoggio (con una inclinazione opposta al pendio) con una direzione N 30° E ed immergente verso E di 70°. Avvalendoci dei campioni sia esterni che interni e confrontando il rilievo della grotta con la carta topografica della zona, abbiamo potuto constatare che a 250-300 m NW ed a quota inferiore rispetto all'entrata della cavità, il Calcare Massiccio si interrompe a contatto della più argillosa ed impermeabile Corniola generando una serie di sorgenti d'acqua. Come si può rilevare dalla pianta, la grotta è formata da una fitta serie di gallerie, parte impostate su diaclasi e parte su condotti freatici oggi abbandonati dalle acque, tutte comunque orientate NW/SE e NE/SW. Dopo due strettoie iniziali ed il passaggio attraverso una saletta del meandro del "blitz", lasciamo a destra il "labirinto di Patroclo" per discendere a contrasto un pozzetto di pochi metri detto "Barbablù". La "Galleria dei Baiocchi" ci immette nei due scivoli a sezione ovoidale che conducono fino a quota -30,70, da qui sulla destra percorriamo la lunga serie di gallerie riccamente concrezionate da splash che ci porta ad un saloncino di crollo. Una strettoia mozzafiato in salita porta alla sala più grande finora conosciuta, il "salone Utec" dove uno stretto passaggio sulla volta caratterizzato da una corrente d'aria ha focalizzato il nostro interesse facendoci varare per il 1988 l'operazione Montebuono per forzare l'angusto meandro. Siamo fiduciosi negli sviluppi delle prossime esplorazioni in quanto sopra la grotta si estende, per oltre 1000 m di altezza il Monte Cosce, per non contare le numerose possibili prosecuzioni interne ancora da verificare.

N.D.R. Dal 1983 ad oggi sono stati trovati numerosi passaggi che ci hanno portato più volte a chiamare molte zone "la parte nuova", tanto che adesso si dice "la parte nuova, quella vecchia però, sotto il primo scivolo", ma non siamo mai riusciti a forzare la strettoia che condurrebbe al fantomatico secondo ingresso, così cercato perchè è ancora necessaria l'autorizzazione dei Vigili Urbani per entrare dal cancello.

Non necessitano attrezzature particolari per la progressione interna ma una corda su due scivoli è comoda per la risalita. Probabilmente l'intero complesso ha o aveva un altro ingresso da dove, ai primi del secolo scorso, entrarono i pionieri della speleologia o forse i famigerati briganti della leggenda che lasciarono delle scritte con il nerofumo delle loro candele. Perchè un altro ingresso? Perchè con una tremolante scritta è indicata l'uscita dalla parte opposta di quella attuale. Altre scritte con caratteri antichi, alcune incomprensibili, testimoniano il passaggio di questi esploratori. Come possiamo dire che i segni risalgono ai primi del secolo? Semplice, sotto al primo pozzetto, a pochissimi metri da quello che è l'attuale ingresso, dentro una fessura sono state trovate delle monete molto ossidate che, dopo un difficile recupero e pulizia, sono risultate essere Baiocchi. Ai primi esploratori probabilmente si scucì una tasca o forse il famoso brigante le perse mentre recuperava il suo bottino nascosto nella grotta. Fatto sta che i misteri non finiscono qui, in una delle gallerie terminali è stato trovato un frammento di pneumatico, di altri ingressi però nemmeno l'ombra. La grotta, per i suoi passaggi un pò particolari è usata dal nostro Gruppo durante i corsi annuali, non si capisce bene perciò come persone inesperte l'abbiano potuta percorrere con mezzi di fortuna.

 

Il tesoro

 

I quattro Baiocchi in rame rinvenuti all'interno del Buco della Speranza sono simili ma non uguali.

1) Il primo e meglio conservato permette una facile lettura del recto dove si distingue chiaramente il simbolo pontificale di Pio VII circondato dalla frase Sacro San. Basilicae Lateranen. Possess. e sottostante scritta Baiocco. Sul verso in caratteri latini si legge Pius Septimus Pontifex Maximus- MDCCCI. Risale pertanto al 1801, probabilmente coniato dalla zecca di Roma anche se non vi sono specifiche indicazioni. Per dovere di cronaca Pio VII fu eletto Papa a Venezia il 14/3/1800 e consacrato a Roma il successivo 21/3. Soltanto tre anni dopo questo pontefice incoronerà imperatore a Parigi Napoleone I.

2-3) Sono monete uscite molto probabilmente dalla stessa matrice ma la loro usura non permette di leggere bene la frase attorno allo stemma pontificale che risulta essere Pontificatus..N.Secundo. Probabilmente coniate per festeggiare il secondo anno di pontificato, come testimoniato dall'iscrizione del verso Pius Septimus Pontifex Maximus - MDCCCII. Una delle due, la più usurata, ha un segno particolare sulla sua superficie: due denti hanno saggiato la bontà della moneta come era uso fare un tempo.

4) L'ultima moneta, pur appartenendo allo stesso pontefice è stata coniata con una matrice differente rispetto alle altre, anche se per l'usura non è possibile decifrare la scritta sul recto intorno allo stemma papale. Sul verso, oltre alla scritta Pius Septimus Pontifex Maximus - MDCCCXVI spicca una B che testimonia la zecca differente, probabilmente Bologna. Ricordo infatti che nel 1809 Pio VII aveva perso il suo potere temporale per opera di Napoleone che lo aveva imprigionato in Francia, riprenderà possesso definitivamente del trono di S. Pietro soltanto nel 1815 quando Napoleone fu sconfitto aWaterloo. Anche in questo baiocco sono chiari i segni del "saggiatore" per verificare l'autenticità della moneta.

 

Conclusione ma non fine

 

Come avete letto, questa grotta non è uno dei tanti buchi, ha qualcosa di più. Ultimamente abbiamo cercato all'esterno altri ingressi ma oltre ad una serie di soffiatoi lungo la strada provinciale che và da Narni a Montebuono, verso monte, altri ingressi praticabili non ve ne sono. Soltanto una piccola grotta, molto concrezionata, situata nei pressi di una cava a pochi passi dal Buco della Speranza sembra appartenere allo stesso complesso sotterraneo. Eppure il vento soffia d'estate verso l'esterno ed in senso contrario d'inverno, segno che un altro accesso più alto deve esistere e con esso la parte più bella della nostra grotta.