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MONTE SAN PANCRAZIO

Da molti anni il Gruppo Speleologico UTEC NARNI stà cercando disperatamente di trovare un accesso al complicato reticolo di fratturazioni che si estende al di sopra dell'antica linea di costa che và da Narni fino a Montebuono, provando e riprovando a forzare più volte e in vari modi le diverse fessure che si aprono all'esterno.

La maggior parte delle fratture sono interessate da flussi di aria, ricordiamo a titolo di esempio la Grotta di Taizzano, la Grotta del Cimitero di Taizzano, una buca lungo la strada tra Taizzano e Testaccio, una buca sulla provinciale calvese dopo l'Ometto, una diaclasi dopo l'ometto, le buche dentro il fosso di Poggio di Otricoli, le buche dopo Villa Santa Maria, le buche di Fosso Renaro, una grotta sotto Calvi lungo la provinciale, una buca sopra il cimitero di Montebuono, la grotta dentro la cava di Montebuono, la Grotta di Montebuono e per finire le scoperte degli ultimi anni su Monte San Pancrazio: La Grotta della Capra, La Grotta della Pentrite e l'inghiottitoio senza nome più in alto. Per concludere il quadro, sulla stessa montagna abbiamo la "Sfogatora di Sant'Urbano e una serie di fratture nel versante Nord nelle vicinanze dello Speco.

Utilizzando tecniche diverse stiamo attaccando la montagna su tutti i fronti, unica costante: Il Calcare Massiccio e l'aria. Correnti sempre presenti ci fanno sognare, la strada verso l'interno della montagna potrebbe aprirsi ad ogni picconata, ad ogni colpo di mazza, ad ogni segnalazione degli abitanti della zona, e noi sempre appresso, attrezzature impensabili, metodi al limite del lecito, punte di esplorazione talvolta fugaci, altre volte ostinate, lunghe  e deprimenti. Buche dove è facile trovare resti di scavi precedenti, maleppeggio lasciate sul posto, punte di trapano scivolate nelle strette fenditure, guanti da lavoro, avanzi di carburo, nelle buche più promettenti già una scritta a nero fumo all'ingresso: UTEC, come a dire: questa grotta è nostra, è in costruzione, ma lasciateci stare che prima o poi sfondiamo.

Ecco una piccola galleria di immagini che forse rende l'idea di quello che rappresenta la ricerca di superficie...

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A sinistra le immagini dell'ultimo scavo allestito a Monte San Pancrazio dove stiamo ostinandoci sul fondo di un inghiottitoio ormai fossile profondo 11 metri; Il secchio blu sulla destra serve per caricare i materiali di risulta dello scavo.  A destra, la Grotta della Capra, recentemente scoperta dall'UTEC.   

L'ingresso dell'inghiottitoio e un esterrefatto Andrea Cascioli, pronto alla bella faticata per tirare su sassi e pietre dal fondo. All'interno della Grotta della Capra rimaniamo a bocca aperta di fronte alla varietà di concrezioni presenti  

Grazie ad un articolato sistema di corde siamo riusciti ad allestire una specie di ponteggio mobile che ci consente di sollevare con relativa comodità i carichi molto pesanti che ci preparano i compagni dentro la grotta. A destra il Cambusiere nella Grotta della Capra. Il nome ricorda un teschio di capra con tanto di corna trovato dentro la piccola cavità. 

Uno dei grandi artfici dell'opera di scavo, ricerca di superficie e magnereccia è Picchietto di Gualdo, padre di Stefano, ma agile, scattante, robusto e ignorante quanto basta per poter mandare avani da solo la baracca fuori della grotta. All'esterno almeno quattro persone devono tirare su i carichi con le corde e scaricare il materiale di risulta lontano dall'ingresso, mentre dentro la grotta due persone sono addette esclusivamente allo scavo e a riempire i bidoni e le callarelle, e altre 5-6 persone eseguono un passamano senza fine lungo il piano inclinato di un cunicolo abbastanza comodo. 

Al termine della giornata si torna alle macchine, si fanno ipotesi sui possibili sviluppi della cavità e si coordinano le prossime uscite. Scavi di queste dimensioni impegnano un numero elevato di persone e non sempre è possibile raggiungere un numero sufficiente.