Un’indagine su 27 anni di monitoraggio ricostruisce i processi dei Campi Flegrei. Una relazione approfondisce i vulcani attivi italiani, dal Vesuvio al Marsili, e le loro differenze.
L’aumento delle emissioni di anidride carbonica, il sollevamento del suolo e l’intensificazione dei terremoti ai Campi Flegrei sono manifestazioni collegate della crisi vulcanica iniziata nel 2005. Un nuovo studio pubblicato su Science Advances ricostruisce il ruolo dei fluidi magmatici che alimentano il sistema idrotermale della caldera. Gas, pressione e trasferimento di calore contribuiscono a spiegare ciò che avviene sotto l’area di Pozzuoli.
La ricerca coinvolge l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, l’Università degli Studi di Perugia e l’Università della Campania Luigi Vanvitelli. Il primo autore è Giulio Bini. Tra i coautori figurano Giovanni Chiodini, Rosario Avino e Stefano Caliro. Il lavoro mette in relazione dati geochimici, deformazioni del terreno e attività sismica.
Campi Flegrei e CO?: oltre 30.000 misure tra Solfatara e Pisciarelli
L’indagine utilizza oltre 30.000 misure del flusso di CO2 dal suolo, raccolte attraverso campagne mensili tra il 1998 e il 2025. Le osservazioni riguardano l’area della Solfatara e di Pisciarelli. Si tratta del numero complessivo delle misure raccolte durante 27 anni di monitoraggio.
Dal 2005, l’emissione di anidride carbonica dalla Solfatara è aumentata con un andamento quasi esponenziale. Una crescita analoga caratterizza il sollevamento del suolo. A Pozzuoli, il sollevamento cumulato della fase iniziata nel 2005 ha raggiunto circa 1,6 metri nel dicembre 2025. Anche la sismicità si è intensificata.
Il confronto consente di leggere insieme segnali normalmente descritti separatamente. La CO2 che raggiunge la superficie rappresenta una traccia dei processi profondi. Le deformazioni indicano la risposta del terreno. I terremoti registrano la rottura delle rocce sottoposte a sollecitazioni.
Bradisismo dei Campi Flegrei: fluidi magmatici a 3–4 chilometri
Il modello proposto individua un passaggio decisivo a circa 3–4 chilometri di profondità. Qui si accumulano fluidi provenienti dal sistema magmatico. La loro risalita aumenta pressione e temperatura nel sistema idrotermale sovrastante, formato da acqua, vapore, gas e rocce riscaldate.
Tra il 2018 e il 2022, lo studio interpreta l’evoluzione del degassamento come l’effetto di un impulso di gas magmatici. Le emissioni si sono concentrate sotto la Solfatara. Anche la ricerca presentata all’assemblea EGU 2026 documenta un cambiamento iniziato nel 2018, con un incremento localizzato nel cratere.
Questo processo riguarda la circolazione dei fluidi liberati dal magma. Non equivale, da solo, a osservare una risalita di lava verso la superficie. Il sistema idrotermale può trasmettere calore e pressione alle rocce anche senza un’eruzione in corso.
Solfatara e calore: il ruolo della condensazione del vapore
Una parte della CO2 raggiunge l’atmosfera. Il vapore acqueo segue anche un’altra strada: condensa nel sottosuolo e cede calore alle rocce. È il calore latente, cioè l’energia trasferita durante il passaggio del vapore allo stato liquido. I calcoli termodinamici dello studio quantificano questo contributo usando i flussi di CO2 e la composizione delle fumarole.
L’energia termica stimata risulta circa dieci volte maggiore dell’energia elastica associata alla deformazione della crosta. È inoltre circa centomila volte maggiore dell’energia liberata dai terremoti registrati tra il 2005 e il 2025. Il confronto riguarda quantità energetiche diverse: non indica la magnitudo di un possibile terremoto futuro.
Alla Solfatara, la temperatura media del suolo è aumentata di oltre 10 °C negli ultimi due decenni. Il dato costituisce un riscontro del progressivo riscaldamento. Pressurizzazione e apporto termico concorrono così alla deformazione del terreno e alla sua risposta sismica.
Sismicità dei Campi Flegrei: sequenze ravvicinate e pericolosità
Dal 2021 sono diventate più evidenti sequenze di terremoti separate da intervalli molto brevi. Alcune assumono la forma di sciami a raffica, definiti burst-like swarms. Gli eventi si sovrappongono al punto da rendere difficile distinguerli singolarmente. Una ricerca pubblicata su Nature Communications nel 2025 li ha collegati all’intensificazione dell’attività idrotermale e a un’anomalia nella deformazione del suolo.
La loro comparsa è un segnale rilevante nell’evoluzione della crisi. Nello studio richiamato, gli autori la indicano nel quadro di un aumento della pericolosità eruttiva. La letteratura sugli sciami a raffica considera anche possibili processi esplosivi idrotermali, alimentati da fluidi pressurizzati. Questi segnali non forniscono una data per un’eruzione e vanno interpretati insieme agli altri parametri.
Monitoraggio vulcanico dei Campi Flegrei, anche sotto il mare
La sorveglianza integra misure dei gas, composizione delle fumarole, terremoti e deformazioni del terreno. Il nuovo studio rafforza l’utilità di questa lettura multiparametrica. Nessun indicatore, considerato isolatamente, descrive l’intero funzionamento della caldera.
Il monitoraggio comprende anche il settore sommerso del Golfo di Pozzuoli. Alla Secca delle Fumose è stato installato un osservatorio per misurare temperatura delle emissioni idrotermali, CO2 disciolta e correnti marine. L’infrastruttura, descritta anche da Scintilena, affianca le reti già presenti nella caldera e amplia le osservazioni sul degassamento sottomarino.
Il riferimento scientifico è: Bini, G., Chiodini, G., Avino, R., et al. (2026), “Escalating soil CO? degassing correlates with ground uplift and seismicity during the ongoing unrest of Campi Flegrei (2005–2025)”, Science Advances, 12, eaei8075. DOI: 10.1126/sciadv.aei8075. Il dataset associato è disponibile su Zenodo.
Relazione: vulcani attivi italiani, caratteristiche e differenze dal Marsili ai Campi Flegrei
Vulcani attivi italiani: attività persistente, quiescenza e sistemi idrotermali
Un vulcano attivo non è necessariamente un vulcano che sta eruttando. Nella divulgazione scientifica, il termine comprende anche sistemi in riposo che conservano la capacità di produrre nuove eruzioni. L’INGV distingue i vulcani in attività persistente, come Etna e Stromboli, da quelli in quiete o interessati da manifestazioni di instabilità.
La quiescenza descrive una pausa eruttiva, non la scomparsa del sistema magmatico. Fumarole, sorgenti termali, emissioni dal suolo e terremoti possono continuare durante il riposo. La classificazione richiede quindi la storia del vulcano e l’insieme dei suoi segnali. La soglia dei 10.000 anni è un criterio orientativo e non esaurisce tutti i casi.
I Colli Albani e Panarea mostrano bene questa distinzione. L’ultima eruzione indicata dall’INGV per i Colli Albani risale a circa 36.000 anni fa. Per Panarea, la Protezione Civile riporta ultime eruzioni tra 59.000 e 54.000 anni fa. Entrambi sono considerati quiescenti e conservano manifestazioni che richiedono attenzione scientifica.
Per un confronto nazionale si possono considerare dodici sistemi frequentemente richiamati dall’INGV: Etna, Stromboli, Vesuvio, Campi Flegrei, Ischia, Vulcano, Lipari, Panarea, Pantelleria, Colli Albani, Ferdinandea e Marsili. Non è un censimento definitivo di ogni apparato sommerso. Il Tirreno e il Canale di Sicilia ospitano altri centri vulcanici.
Vulcani italiani e geodinamica: perché non hanno tutti la stessa origine
La collocazione geodinamica dell’Italia spiega la presenza di numerosi sistemi vulcanici. La diversità emerge anche dalle rocce prodotte e dalla struttura degli apparati. Il Marsili occupa un bacino oceanico del Tirreno e presenta composizioni che vanno dai basalti alle trachiti. I Colli Albani hanno prodotti ultrapotassici, particolarmente ricchi di potassio.
Pantelleria si sviluppa invece lungo un rift continentale tra Sicilia e Tunisia. Un rift è una zona nella quale la crosta viene sottoposta a distensione. Qui il vulcanismo produce sia basalti alcalini sia rocce molto più ricche in silice, comprese le pantelleriti. Non tutti i vulcani italiani possono quindi essere descritti con un solo modello di origine e alimentazione.
Etna: vulcano basaltico, colate laviche ed esplosioni sommitali
L’Etna è un grande edificio vulcanico della Sicilia orientale. Il suo condotto centrale aperto libera continuamente gas, formando il pennacchio sommitale. L’attività comprende eruzioni stromboliane, fontane di lava, colate ed emissioni di cenere. Le bocche possono aprirsi alla sommità oppure lungo i fianchi.
L’effusione è l’emissione di lava che scorre sulla superficie. L’attività esplosiva frammenta invece il magma e produce materiali come cenere, lapilli e bombe. Queste modalità possono alternarsi nella stessa eruzione. La presenza di colate non rende quindi l’Etna un vulcano esclusivamente effusivo.
Le differenze rispetto ai Campi Flegrei sono nette. L’Etna costruisce un edificio riconoscibile attraverso attività frequente. La caldera flegrea comprende numerosi centri eruttivi e attraversa una lunga pausa eruttiva. Sull’Etna, inoltre, il fianco orientale mostra movimenti continui verso est e sud-est, che aggiungono una componente di deformazione dell’edificio.
Stromboli: attività persistente, parossismi e Sciara del Fuoco
Stromboli è uno stratovulcano delle Eolie con attività esplosiva persistente. Le esplosioni ordinarie lanciano frammenti di lava incandescente sopra le bocche della terrazza craterica. Gli intervalli variano da minuti a ore. Periodicamente compaiono anche colate laviche.
La sua regolarità apparente non esclude eventi più intensi. I parossismi sono esplosioni molto maggiori dell’attività ordinaria. Possono distribuire materiale incandescente sull’area sommitale e sulle pendici. Nel 2019 si verificarono due eventi ravvicinati.
La Sciara del Fuoco è la depressione che occupa il fianco nord-occidentale. Costituisce un elemento fondamentale della morfologia del vulcano e dei percorsi seguiti dai materiali. Rispetto all’Etna, Stromboli si distingue per esplosioni normalmente brevi e discrete, prodotte da un apparato insulare con una parte consistente sotto il mare.
Vesuvio: stratovulcano quiescente e condotto ostruito
Il Somma-Vesuvio combina l’edificio più antico del Monte Somma con il cono del Vesuvio. L’ultima eruzione iniziò il 18 marzo 1944 e durò circa dieci giorni. Produsse colate che danneggiarono Massa di Somma e San Sebastiano al Vesuvio, oltre a esplosioni con ricaduta di cenere e lapilli.
Da allora il vulcano si trova in quiescenza. Il condotto è ostruito dalle lave dell’ultima eruzione. La fase di riposo comprende bassa sismicità e attività fumarolica. Questa configurazione differisce dai sistemi a condotto aperto di Etna e Stromboli.
Il confronto non consente una semplice graduatoria tra vulcani “buoni” e “cattivi”. La pericolosità dipende dai fenomeni possibili. Il rischio dipende anche dalla popolazione e dai beni esposti. La lunga pausa del Vesuvio non coincide con un’estinzione del sistema vulcanico.
Campi Flegrei: una caldera con numerosi centri eruttivi
I Campi Flegrei non formano un unico cono. Sono un campo vulcanico con centri eruttivi distribuiti all’interno e ai margini di una caldera. La depressione deriva da grandi collassi collegati allo svuotamento del serbatoio magmatico durante eruzioni del passato.
Due eventi hanno avuto un ruolo determinante: l’Ignimbrite Campana, circa 40.000 anni fa, e il Tufo Giallo Napoletano, circa 15.000 anni fa. Dopo quest’ultimo evento si sono verificate numerose eruzioni, con aperture di bocche in settori differenti. L’ultima, nel 1538, costruì Monte Nuovo.
Il bradisismo è l’alternanza di sollevamento e abbassamento del terreno. Le crisi del 1969–1972 e del 1982–1984 furono seguite da subsidenza, cioè abbassamento. La fase di sollevamento iniziata nel 2005 presenta un incremento di deformazione, degassamento e sismicità. Lo studio del 2026 approfondisce il contributo dei fluidi e del calore a questa evoluzione.
La forma calderica e l’attività idrotermale distinguono i Campi Flegrei da un vulcano centrale come il Vesuvio. Anche la distribuzione delle possibili bocche eruttive richiede un’impostazione diversa nello studio della pericolosità.
Ischia: caldera, risorgenza del Monte Epomeo e terremoti superficiali
Ischia è un sistema vulcanico quiescente nel Golfo di Napoli. Circa 55.000 anni fa, l’eruzione del Tufo Verde contribuì alla formazione di una caldera. Il Monte Epomeo non è un cono vulcanico: è un blocco risorgente, sollevato all’interno della depressione calderica.
L’ultima eruzione fu quella dell’Arso nel 1302. Fumarole, sorgenti idrotermali e sismicità indicano che il sistema conserva attività. I terremoti di Casamicciola del 1883 e del 2017 mostrano l’importanza del rischio sismico anche durante una pausa eruttiva.
La situazione deformativa non coincide con quella flegrea. Il monitoraggio dell’Osservatorio Vesuviano riferisce una generale subsidenza dell’isola, più evidente nel settore centro-meridionale. Alla stazione GNSS del Monte Epomeo, il valore medio indicato è circa un centimetro all’anno verso il basso. Vulcani vicini possono quindi avere comportamenti differenti.
Vulcano: esplosioni vulcaniane e degassamento della Fossa
L’isola di Vulcano comprende più edifici e strutture calderiche. L’attività recente si è concentrata nel cratere della Fossa. L’ultima eruzione avvenne tra il 1888 e il 1890. Da questo episodio deriva il termine “vulcaniano”, usato per esplosioni brevi e forti con dense nubi di cenere e lancio di frammenti.
Il sistema è oggi quiescente, ma continua a emettere gas e vapore. Le fumarole crateriche e le manifestazioni idrotermali nella zona di Levante costituiscono importanti indicatori. Durante precedenti crisi sono stati registrati aumenti di temperatura, terremoti e deformazioni.
Il degassamento rappresenta anche un problema distinto dall’eruzione. La Protezione Civile ricorda che le manifestazioni secondarie dei vulcani quiescenti possono generare condizioni di rischio nell’ordinario. La sorveglianza non riguarda quindi soltanto la possibilità di nuove emissioni di magma.
Lipari e Panarea: due sistemi quiescenti delle Eolie
Lipari conserva prodotti di eruzioni storiche. L’INGV colloca le fasi più recenti del Monte Pilato tra il 776 e il 1230. La loro attività ha prodotto pomici e colate di ossidiana. Una debole attività idrotermale e fumarolica permane nel settore occidentale dell’isola.
Panarea presenta una storia diversa. È la parte emersa di un apparato molto più ampio, in gran parte sommerso. Le ultime eruzioni note sono antiche, ma restano fumarole sottomarine e manifestazioni sulla spiaggia della Calcara.
Nel novembre 2002, un forte incremento delle emissioni gassose interessò i fondali tra gli isolotti orientali. Furono osservati ribollimento del mare, cambiamenti di colore dell’acqua e mortalità di pesci. La crisi mostra come un sistema idrotermale possa produrre effetti evidenti senza essere assimilato all’attività esplosiva ordinaria di Stromboli.
Pantelleria e Ferdinandea: vulcanismo nel Canale di Sicilia
Pantelleria è una caldera con diversi centri eruttivi. La sua storia comprende eruzioni esplosive, duomi e colate. Le rocce spaziano dai basalti alle rioliti, con una marcata differenza tra prodotti poco e molto ricchi in silice. L’ultima eruzione del sistema avvenne nel 1891 in mare, a nord-ovest dell’isola.
Ferdinandea appartiene al Banco Graham, un campo vulcanico con una decina di coni. Nel luglio 1831 un’eruzione sottomarina costruì un’isola temporanea. L’attività cessò in agosto e il mare erose rapidamente i materiali poco consolidati. La sommità del relitto è oggi sommersa a circa nove metri.
L’eruzione fu di tipo surtseyano: un’attività esplosiva legata all’interazione fra magma e acqua in condizioni marine poco profonde. È una differenza decisiva rispetto al Marsili, la cui cima si trova a oltre 500 metri sotto il livello del mare. Profondità e ambiente modificano il modo in cui un’eruzione può manifestarsi.
Colli Albani: vulcanismo quiescente vicino a Roma
I Colli Albani sono un complesso vulcanico a sud-est di Roma. La loro struttura deriva da più edifici sovrapposti, collassi calderici e centri esplosivi. L’ultima eruzione indicata nella scheda INGV risale a circa 36.000 anni fa.
Persistono circolazione idrotermale, sismicità, deformazioni ed emissioni gassose. La CO? e l’idrogeno solforato costituiscono una componente importante della pericolosità locale. Le rocce ultrapotassiche distinguono questo distretto dai prodotti prevalentemente basaltici dell’Etna e da altre province vulcaniche.
Il caso chiarisce perché l’età dell’ultima eruzione non basti a valutare un sistema. Anche un intervallo molto lungo deve essere interpretato rispetto alla storia dell’apparato e alle manifestazioni ancora presenti.
Marsili: dimensioni, profondità e attività del vulcano sottomarino
Il Marsili occupa il Tirreno meridionale. Secondo l’INGV è il vulcano attivo più esteso ed elevato del Mediterraneo e d’Europa. Misura circa 70 chilometri in lunghezza e 30 in larghezza, con una superficie di circa 2.100 chilometri quadrati.
La base si trova a circa 3.400 metri di profondità. La cima raggiunge 508 metri sotto il livello del mare. L’edificio si eleva quindi per quasi tre chilometri dal fondale, pur restando interamente sommerso. Presenta fratture eruttive allineate e oltre 80 centri minori.
Gli studi sui depositi indicano ultime eruzioni tra 2.100 e 3.000 anni fa, provenienti da piccoli coni nella parte centrale. Le manifestazioni attuali comprendono degassamento e sismicità di bassa magnitudo, associata a processi vulcano-tettonici e idrotermali. I terremoti più piccoli richiedono stazioni sul fondo marino per essere registrati.
Il Marsili differisce dai Campi Flegrei per ambiente, geometria e accessibilità del monitoraggio. Il primo è un grande edificio sommerso. I secondi formano una caldera in parte emersa e densamente abitata, dove molte misure possono essere effettuate da terra.
Marsili e maremoti: la stabilità dell’edificio è distinta dall’attività eruttiva
La valutazione di un vulcano sottomarino comprende anche la stabilità dei versanti. Attività eruttiva, circolazione idrotermale e comportamento meccanico dell’edificio sono aspetti collegati, ma non equivalenti. Per il Marsili, l’INGV segnala che non sono presenti evidenze morfologiche di grandi frane o collassi del passato. Sono in corso ricerche sulla stabilità effettiva dell’apparato.
Un maremoto non è una conseguenza automatica di qualsiasi eruzione sottomarina. Il trasferimento di grandi masse in mare può produrre onde, come illustrato dalla Protezione Civile per i movimenti franosi a Panarea. Valutare questo meccanismo richiede dati sulle masse coinvolte e sulla dinamica dell’evento. Le dimensioni del Marsili, da sole, non costituiscono una previsione di tsunami.
Altri vulcani sottomarini italiani: il quadro non finisce con il Marsili
La Protezione Civile richiama anche Palinuro, Glauco, Eolo, Sisifo ed Enarete, oltre a Vavilov, Magnaghi e ai numerosi apparati del Canale di Sicilia. Si tratta di un patrimonio geologico in gran parte sommerso. La presenza di un edificio vulcanico non significa che ogni apparato abbia lo stesso stato di attività.
Per questo motivo, un elenco di montagne sottomarine non deve essere trasformato in un elenco uniforme di vulcani prossimi a eruttare. L’età dei prodotti, le emissioni idrotermali, la sismicità e la morfologia devono essere valutate per ciascun sistema.
Differenze tra vulcani italiani: forma, eruzioni, fluidi e rischio
Il confronto può essere organizzato attraverso cinque caratteristiche:
- Geometria. Etna, Stromboli e Somma-Vesuvio sono grandi edifici centrali. Campi Flegrei, Ischia e Pantelleria comprendono strutture calderiche e centri distribuiti.
- Frequenza eruttiva. Etna e Stromboli presentano attività persistente. Vesuvio e Vulcano attraversano pause iniziate rispettivamente nel 1944 e nel 1890.
- Stile delle eruzioni. Colate, esplosioni stromboliane, esplosioni vulcaniane e attività surtseyana coinvolgono processi e prodotti differenti. Uno stesso vulcano può mostrare più stili.
- Ruolo dei fluidi. Ai Campi Flegrei, il trasferimento di gas e calore è centrale nell’interpretazione della crisi. A Vulcano e Panarea, il degassamento conserva rilievo anche senza un’eruzione in corso.
- Ambiente ed esposizione. Una caldera urbanizzata, un’isola vulcanica e un edificio profondamente sommerso pongono problemi diversi di osservazione e gestione del rischio.
Non esiste quindi un solo indicatore capace di classificare la pericolosità di tutti i vulcani italiani. L’intensità delle eruzioni possibili deve essere distinta dai danni attesi sul territorio. La presenza di popolazione, infrastrutture e attività economiche modifica il rischio anche quando i fenomeni fisici sono comparabili.
Monitoraggio dei vulcani italiani: integrare dati sismici, geodetici e geochimici
La sorveglianza utilizza reti sismiche, misure delle deformazioni e analisi dei gas. Le osservazioni geodetiche misurano gli spostamenti del terreno. Le analisi geochimiche seguono variazioni nella composizione e nei flussi dei fluidi. Le immagini e le osservazioni dirette completano il quadro per i sistemi in eruzione.
Nei settori sommersi, la logistica è più complessa. Il Marsili richiede strumenti sul fondale e indagini marine. Ai Campi Flegrei, gli osservatori del Golfo di Pozzuoli permettono di affiancare dati sottomarini alle reti terrestri. Questa integrazione collega processi profondi e manifestazioni superficiali.
I livelli di allerta descrivono lo stato di attività di ciascun vulcano. Non sono una classifica nazionale e non rappresentano un calendario delle eruzioni. La mappa della Protezione Civile distingue inoltre i sistemi dotati di livelli formalizzati da quelli per cui tali livelli non sono definiti.
Fonti consultate e URL estesi
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https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.aei8075 - INGV, comunicato dell’8 ottobre 2026: “Campi Flegrei | Un nuovo studio indaga il ‘motore’ della crisi in atto”.
https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/comunicati-stampa/campi-flegrei-un-nuovo-studio-indaga-il-motore-della-crisi-in-atto - Zenodo, dataset associato allo studio di Bini e collaboratori.
https://zenodo.org/records/20307772 - EGU 2026, contributo sul degassamento di CO? dei Campi Flegrei.
https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU26/EGU26-17833.html?pdf - Giudicepietro, F., et al. (2025). “Burst-like swarms in the Campi Flegrei caldera accelerating unrest from 2021 to 2024”, Nature Communications, 16, 1548.
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https://www.ingv.it/en/real-time-data-volcanoes-maps - Studi sulle modalità eruttive dell’Etna e sulla struttura del Somma-Vesuvio.
https://www.mdpi.com/2072-4292/14/16/4006/pdf?version=1660737435
https://www.mdpi.com/2072-4292/12/6/905/pdf
https://www.mdpi.com/2076-3263/14/4/91
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