Nuove indagini speleologiche all’interno della Fonte Ferogna di Narni

A circa 300 metri a SE di Narni sorge, in mezzo ad una vegetazione boschiva, la Fonte Ferogna dedicata alla dea sabina Feronia. Si tratta di un fontana a pianta quadrata alimentata da un acquedotto sotterraneo. Il sito ha molto in comune con gli altri luoghi di culto della dea collocati prevalentemente nell’Italia centrale ed in Sabina come ad esempio Trebula Mutuesca (Monteleone Sabino) in particolare per la posizione topografica, periferica rispetto alla città e prossima ad importanti vie di comunicazione come la via Flaminia o la Salaria. Allo stato attuale non si conosce come si configurasse architettonicamente il luogo di culto. E’ possibile che esso fosse semplicemente un “lucus” (un bosco sacro) e non è da escludere che il culto di Feronia sia stato introdotto a Narni dalla vicina Sabina in età preromana.

Il più antico documento di archivio che ricorda il toponimo è un atto del 1100 con il quale un nobile narnese di nome Beraldo di Rolando donò al Monastero di Farfa i suoi beni, tranne la “maccla mortua quae vocatur Ferone”. Intorno al sec. XII fu costruita sul posto una fontana e più volte restaurata come risulta negli Statuti del Comune di Narni. Le prime esplorazioni dell’acquedotto vennero effettuate dal Gruppo Speleologico UTEC di Narni agli inizi degli anni ’80. Lo studio dettagliato del cunicolo venne eseguito prima da Roberto Nini del Gruppo UTEC e poi dalla Dott.sa Daniela Monacchi della Soprintendenza Archeologica per l’Umbria.

Il cunicolo che adduce acqua alla fonte per tecnica costruttiva si data intorno al IV sec. a.C. e presenta un percorso sotterraneo quasi del tutto rettilineo. Ha inizio da una grotta, l’incile, scavata nella roccia calcarea sul fondo della quale si raccoglie l’acqua che sgorga da due fenditure della parete. A circa metà della lunghezza del cunicolo si apre una seconda grotta artificiale che raccoglie l’acqua di un’altra sorgente, captata da un altro breve cunicolo che si raccorda a quello principale all’altezza del primo pozzo.

L’acquedotto si divide in tre settori, il primo a partire dalla grotta, è scavato in galleria nella roccia calcarea e presenta in parte sezione ogivale ed ha dimensioni maggiori del resto. Ad esso si lega il settore centrale scavato in trincea nel terreno e costruito a cielo aperto con pareti in opera poligonale (a blocchi calcarei irregolari nella forma) e in opera quadrata (a blocchi squadrati di arenaria disposti su filari regolari) e coperto con lastroni messi in piano. Ad interventi di restauro avvenuti in età medioevale e rinascimentale si devono il rifacimento dell’ultimo settore del cunicolo, caratterizzato da pareti costruite con blocchetti di pietra e copertura a cappuccina.

Le indagini speleologiche si sono rese necessarie non solo per verificare lo stato attuale dell’acquedotto, ma anche per ripulirlo da alcune occlusioni che rendevano difficile in alcuni tratti il passaggio dell’acqua all’interno del cunicolo stesso. Con l’occasione è stata effettuata una documentazione fotografica dell’intero complesso ipogeo.
All’indagine hanno preso parte Andrea Scatolini, Francesco Nini (Gruppo Speleologico UTEC Narni), Paolo Gagliardi (Gruppo Grotte CAI Terni), Cristiano Ranieri, Riccardo Bertoldi, Daniele Cera e Gabriele D’Uffizi (Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio).

Riferimenti bibliografici: Daniela Monacchi. “Un luogo di culto di Feronia a Narni”, Dialoghi di Archeologia 2, 1985

Fonte Feronia. Tratto del cunicolo in opus poligonale.

One Response to “Nuove indagini speleologiche all’interno della Fonte Ferogna di Narni”

  1. Andrea Scatolini scrive:

    Qualcuno penserà “ma che cacchio sta guardando Scatolini?”
    Il bello è che se si guarda in giro si vedono un sacco di cose: la volta a cappuccina per esempio è stata realizzata con lastroni di Rosso Ammonitico e passando dentro il cunicolo senza fare troppa attenzione abbiamo visto almeno tre impronte di ammonite. Questa roccia è abbastanza frequente a Narni, e proprio in prossimità dell’acquedotto, proprio dove finisce la strada che va al Bastione e gira per Coccorocò c’è un affioramento ed è plausibile pensare che i lastroni per la copertura a cappuccina siano stati in parte ricavati dalle rocce di scavo per lo sbancamento per arrivare alla sorgente. I blocchi poligonali di questa foto, in pietra calcarea, provengono invece quasi sicuramente da qualche altra cava.

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