Per oltre due secoli lo abbiamo chiamato Proteus anguinus: un’unica specie per uno degli animali più straordinari del mondo sotterraneo europeo. Pallido, cieco, allungato, perfettamente adattato alla vita nelle acque profonde del Carso dinarico.
Ma dietro quel nome si nascondeva una diversità molto maggiore.
Una revisione pubblicata il 13 agosto 2026 su Amphibia-Reptilia, segnalata da Valentina Balestra, riconosce infatti nove specie distinte di Proteus, tre delle quali descritte formalmente per la prima volta.
Un arcipelago sotterraneo
Le analisi genetiche avevano già individuato nove linee evolutive distribuite fra Italia nordorientale, Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina. La nuova revisione assegna loro un’identità tassonomica formale.
Sei recuperano nomi già esistenti nella letteratura zoologica: Proteus anguinus, P. xanthostictus, P. freyeri, P. carrarae, P. croaticus e P. parkelj. Tre vengono invece descritte come nuove: P. ikae, dell’Istria; P. bosniensis, della Bosnia nordoccidentale; e P. maurii, del Carso Classico.
Quest’ultima interessa direttamente anche l’Italia: Proteus maurii è infatti il proteo delle popolazioni del Carso Classico. Il nome è dedicato al naturalista italiano Edgardo Mauri, per il lungo lavoro di studio e conservazione della specie.
La nuova classificazione rivela qualcosa di ancora più interessante: Proteus non è una specie ampiamente distribuita sotto i Balcani, ma un mosaico di microendemismi, con specie confinate a uno o pochi sistemi di acque sotterranee. Gli autori lo considerano uno dei casi più notevoli di microendemismo fra gli anfibi europei.
La geografia nascosta delle acque
Un ulteriore aspetto affascinante per chi esplora il mondo sotterraneo.
Le popolazioni di proteo raccontano la storia idrogeologica del Carso dinarico. Nel corso di milioni di anni, la frammentazione e la riorganizzazione delle reti sotterranee hanno isolato popolazioni che hanno continuato a evolvere indipendentemente.
Una barriera invisibile all’uomo può quindi separare da milioni di anni due popolazioni apparentemente identiche; al contrario, sorgenti e cavità molto distanti possono appartenere allo stesso sistema idrogeologico.
Le grotte diventano così soltanto finestre accessibili su ecosistemi molto più vasti, gran parte dei quali rimane fisicamente inesplorabile.
E la mappa è tutt’altro che completa. Gli autori sottolineano che esistono ancora popolazioni dall’identità incerta e vaste lacune nella distribuzione conosciuta. Regioni carsiche poco investigate potrebbero perfino ospitare altre specie ancora sconosciute. Per cercarle, esplorazione speleologica, idrogeologia ed eDNA potranno essere strumenti complementari.
Specie nuove, vulnerabilità nuove
La revisione cambia radicalmente anche la prospettiva della conservazione.
Se una popolazione confinata a un singolo acquifero rappresenta una specie distinta, l’inquinamento o l’alterazione di quel sistema non minacciano più una semplice popolazione locale: possono significare la perdita di un’intera specie.
Il caso estremo è Proteus parkelj, il proteo nero sloveno, la cui estensione di presenza è stimata in appena 3 km². Gli autori ne raccomandano la classificazione come Critically Endangered (“In Pericolo Critico”). Anche le tre specie appena descritte hanno distribuzioni ristrette e vengono proposte provvisoriamente come Endangered.
Dopo più di 250 anni dalla sua descrizione scientifica, dunque, il proteo riesce ancora a sorprenderci.
Non perché sia stato trovato un nuovo animale nelle grotte, ma perché abbiamo cominciato a capire che sotto il Carso non viveva una sola specie: viveva un intero arcipelago evolutivo, nascosto nell’acqua e nella roccia.
Grazie a Valentina Balestra per la segnalazione.
Foto di copertina: Proteo (Proteus anguinus) nelle acque sotterranee della Grotta di Postumia, Slovenia. Foto: Boštjan Burger, pubblico dominio
L’articolo è interessante.
Tuttavia devo rilevare che chi intende fare sana divulgazione deve saper esprimere i concetti in termini semplici e non tecnici. In questo contesto il termine “Critically Endangered”, pur se è quello ufficiale dello IULM andava tradotto e reso accessibile a chicchessia.
Grazie per l’osservazione, Domenico. “Critically Endangered” non è però un’espressione generica, ma la denominazione di una precisa categoria della Lista Rossa IUCN (non IULM), corrispondente in italiano a “In Pericolo Critico (CR)”. In un articolo divulgativo è certamente utile tradurla — e su questo concordo — ma può essere altrettanto utile mantenere tra parentesi la terminologia internazionale, proprio perché permette al lettore di risalire senza ambiguità alla categoria scientifica di riferimento. Provvedo comunque a rendere più esplicito il significato nel testo: grazie della segnalazione.