La storia dell’acqua – Secondo capitolo. Il 13 agosto 1935 cede lo sbarramento secondario della Sella Zerbino. Oltre 30 milioni di metri cubi d’acqua si riversano nella Valle dell’Orba: 111 persone perdono la vita
Siamo nell’Appennino ligure-piemontese, nell’Alto Monferrato, a poca distanza dal confine con la Liguria, in una valle dove l’acqua dell’Orba viene trasformata in energia.
Qui continua la nostra storia dell’acqua: dopo il Gleno sono trascorsi appena dodici anni.
È il 13 agosto 1935.
Piove con una violenza eccezionale. In poche ore sul bacino dell’Orba, siccitoso, cade una quantità enorme d’acqua. Il livello dell’invaso dell’Ortiglieto sale rapidamente, mentre il torrente a valle è già in piena.
Ma per comprendere ciò che sta per accadere bisogna prima osservare la forma della valle, perché quella che viene ricordata come la “diga di Molare” è in realtà una storia di due sbarramenti.
Due dighe, una sola tragedia
La diga principale di Bric Zerbino, costruita sull’Orba, trattiene le acque dell’invaso.
Poco distante, però, la conformazione naturale del terreno presenta una sella: con l’innalzamento del livello del bacino, l’acqua potrebbe trovare proprio lì una via di fuga.
Per chiudere quel passaggio viene quindi costruito un secondo sbarramento, più piccolo.
È la diga secondaria della Sella Zerbino.
Ed è qui che, quella mattina, si concentra la tragedia.
Le precipitazioni sono eccezionali: oltre 400 millimetri di pioggia in circa otto ore. L’invaso cresce rapidamente e l’acqua comincia a tracimare.
La diga principale di Bric Zerbino resiste.
La Sella Zerbino no.
La roccia sotto la diga
È uno degli aspetti che rendono Molare particolarmente interessante nella nostra storia dell’acqua.

Una diga non poggia semplicemente “sulla montagna”. Poggia su rocce con caratteristiche precise: fratture, discontinuità, alterazioni e differenti capacità di resistere all’acqua e alle sollecitazioni.
Gli studi condotti sul disastro evidenziano la scadente qualità geotecnica delle rocce sulle quali viene impostato lo sbarramento secondario.
La geologia non può fare da sfondo alla storia, ma ne diventa inevitabilmente protagonista.
L’acqua tracima, investe la struttura e il terreno circostante, l’erosione procede rapidamente.
Poi la Sella Zerbino cede.
L’onda
Oltre 30 milioni di metri cubi d’acqua si riversano improvvisamente nell’Orba, già gonfio per le precipitazioni.
L’onda percorre la valle trascinando alberi, rocce, terra e detriti. Travolge ponti, strade, abitazioni, campi e stabilimenti.
Raggiunge Ovada e continua la sua corsa verso valle.
Quando l’acqua si ritira, 111 persone hanno perso la vita.
Il disastro di Molare viene talvolta definito il “Vajont dimenticato”.
Ma Molare non ha bisogno di essere paragonato al Vajont per essere ricordato.
Ha una storia propria, avvenuta ventotto anni prima, con cause e dinamiche differenti e con domande che ancora oggi riguardano il rapporto fra progettazione, geologia, eventi meteorologici estremi e responsabilità umane.
Governare l’acqua, dentro e fuori la montagna
Anche a Molare, come abbiamo visto al Gleno, una grande opera idroelettrica non coincide soltanto con il muro della diga.
L’acqua deve essere raccolta, scaricata, derivata e condotta verso gli impianti che ne trasformano la forza in energia.
Attorno all’invaso nasce quindi un sistema di prese, scarichi, canali, condotte e opere artificiali.
È la parte meno evidente di queste grandi infrastrutture e forse, per chi guarda il territorio con gli occhi della speleologia e dell’archeologia industriale, anche una delle più interessanti.
Sono opere costruite per dare all’acqua una strada precisa.
A Molare, quella mattina del 13 agosto 1935, l’acqua ne trova un’altra.
Quello che rimane
A più di novant’anni di distanza, il territorio conserva ancora le tracce di quella storia.
Restano strutture e opere idrauliche, ruderi e un paesaggio profondamente legato alla presenza dell’antico invaso dell’Ortiglieto.
Ma rimane soprattutto la memoria.
Ogni 13 agosto le comunità tornano a ricordare le vittime. Una camminata commemorativa da Molare a Ovada ripercorre simbolicamente i luoghi della tragedia e mantiene vivo il ricordo delle 111 persone che perdono la vita nel 1935.
Anche questo appartiene alla storia dell’acqua.
Non soltanto ciò che costruiamo per governarla, ma ciò che scegliamo di ricordare dopo il suo passaggio.
La storia dell’acqua continua

Gleno e Molare sono due tragedie diverse.
Dodici anni le separano. Diverse sono le dighe, le valli e le dinamiche dei due disastri.
Ma entrambe ci ricordano che un’opera idraulica non può essere separata dal territorio sul quale viene costruita.
Il libro principale sulla tragedia è Storia della diga di Molare. Il Vajont dimenticato, (ERGA EDIZIONI), scritto da Vittorio Bonaria: ve le consiglio.
Conoscere l’acqua significa conoscere anche la roccia.
Il 2 dicembre 1959, nell’entroterra di Fréjus, in Francia, cede la diga di Malpasset.
E sarà proprio la roccia a tornare protagonista nel prossimo capitolo della nostra storia.
Siamo molto più vicini alla Liguria di quanto possa sembrare.
Ancora una volta, per capire perché una diga crolla, dovremo guardare anche sotto di essa.
Capitolo 0: https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nel-cuore-della-valle-argentina/08/22/
Capitolo 1: