L’Unione Astronomica Internazionale ha ufficialmente intitolato a Riccardo Pozzobon un asteroide della fascia principale. Il ricercatore dell’Università di Padova, scomparso in Alaska nel settembre 2025, è stato uno dei massimi esperti mondiali di cavità sotterranee su Luna e Marte.


L’asteroide 86029 Riccardopozzobon: il riconoscimento ufficiale dell’UAI

L’Unione Astronomica Internazionale (UAI) ha assegnato il nome 86029 Riccardopozzobon a un asteroide della fascia principale del Sistema Solare. Il corpo celeste, già noto con la denominazione provvisoria 1999 LV32, orbita attorno al Sole nella regione compresa tra Marte e Giove ed è stato scoperto nel 1999 nell’ambito del Catalina Sky Survey. Con l’arrivo dell’estate, l’asteroide sarà osservabile nel cielo poco prima dell’alba.[1][2][3][4]

Il riconoscimento è stato reso possibile grazie all’impegno di Kelly Fast, responsabile della Difesa Planetaria della NASA, e di Doris Daou, scienziata del programma NASA, che hanno sostenuto e accelerato un processo che di norma richiede anni.[3]

«L’intitolazione di un asteroide è un processo che richiede spesso tempi molto lunghi. In questo caso, invece, è stato accelerato grazie all’impegno di persone speciali che hanno voluto onorare la memoria di Riccardo», ha dichiarato Mara Marzocchi, madre del ricercatore.[4]


Riccardo Pozzobon: geologo planetario a tutto campo

Riccardo Pozzobon (1985–2025) era ricercatore di geologia planetaria al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova. Laureato in Geologia nel 2010 e dottore di ricerca in Geologia Planetaria nel 2015, con una tesi sul vulcanismo su Marte, aveva costruito una carriera internazionale che spaziava dai processi vulcanici planetari allo studio dei ghiacciai come analoghi dei satelliti ghiacciati di Giove e Saturno.[5][6]

Il 2 settembre 2025, durante la missione scientifica GEMINI (Glacial Environment deformation Mechanisms to INfer Icy satellites tectonics) sul ghiacciaio Mendenhall in Alaska, Pozzobon è scivolato in un torrente di fusione ed è stato inghiottito da un inghiottitoio glaciale. Aveva 40 anni. Le ricerche condotte per giorni dalle autorità americane non hanno avuto esito.[7][8]


Pionieri delle cavità planetarie: Pozzobon e Sauro

Riccardo Pozzobon e il geologo-speleologo Francesco Sauro (La Venta Geographic Explorations APS) sono stati tra i principali precursori dello studio scientifico delle cavità sotterranee su Luna e Marte. La loro collaborazione ha prodotto risultati che hanno cambiato la comprensione del sottosuolo planetario.

Nel 2020 i due ricercatori, alla guida di un team che includeva le Università di Bologna e Padova, hanno pubblicato su Earth-Science Reviews il primo studio sistematico dei tubi di lava su Terra, Luna e Marte. Pozzobon ha realizzato la caratterizzazione morfometrica dei condotti attraverso modelli digitali del terreno ricavati da immagini satellitari stereoscopiche e altimetrie laser di sonde interplanetarie. I risultati hanno mostrato che i tubi lavici lunari sono circa 100 volte più grandi dei loro equivalenti terrestri e possono superare i 40 km di lunghezza.[5][9][10][11]


Il cenote lunare: il rilievo che ha fatto storia

Nel luglio 2024, la collaborazione tra Pozzobon, Sauro e un team internazionale guidato dall’Università di Trento ha portato a uno dei risultati più importanti dell’esplorazione lunare moderna.

Lo studio, pubblicato su Nature Astronomy con il titolo “Radar Evidence of an Accessible Cave Conduit below the Mare Tranquillitatis Pit”, ha dimostrato per la prima volta l’esistenza di una cavità accessibile nel sottosuolo della Luna. Il pozzo di collasso noto come Mare Tranquillitatis Pit — una sorta di cenote lunare visibile nelle fotografie orbitali da oltre 50 anni — è risultato essere l’ingresso di un vasto condotto sotterraneo di origine lavica.[12][13][14]

Il contributo di Pozzobon è stato decisivo. Ha realizzato un modello 3D sintetico del condotto, ricostruendo geometria, fondo, soffitto, distribuzione dei massi e illuminazione radar con tecnica raytracing, per validare i dati acquisiti dal sensore Mini-RF del Lunar Reconnaissance Orbiter della NASA. Il paper è diventato uno dei più letti dell’intera collana di Nature nel giro di un mese dalla pubblicazione.[5][12]

«Con questo studio, per la prima volta siamo veramente riusciti a vedere attraverso l’oscurità», aveva dichiarato Pozzobon al Bo Live dell’Università di Padova.[14]


Il robot DAEDALUS e le future missioni lunari

Pozzobon era parte integrante del progetto DAEDALUS (Descent And Exploration in Deep Autonomy of Lunar Underground Structures), una sfera robotica progettata da un consorzio di università europee per esplorare le grotte lunari, selezionata dall’ESA come finalista per un possibile volo spaziale. Stava inoltre lavorando con ESA e ASI per sostenere future missioni dedicate all’esplorazione delle cavità laviche come potenziali rifugi per astronauti.[5][15]


Formatore degli astronauti ESA e NASA

Pozzobon era una figura centrale del programma PANGAEA dell’ESA, sviluppato per dotare gli astronauti di competenze geologiche di campo. Ha partecipato come istruttore a tutte le edizioni del corso, conducendo traverse geologiche nelle Dolomiti, nel cratere di Ries e a Lanzarote. Tra i suoi allievi: Luca Parmitano, Samantha Cristoforetti, Matthias Maurer, Alexander Gerst, Kathleen Rubins e Stephanie Wilson.[5][16]

Parmitano lo ha ricordato come «un gigante», capace di trasmettere il sapere «con il sorriso sulle labbra e gli occhi scintillanti di gioia».[3]


L’asteroide che ogni estate torna a brillare

L’asteroide 86029 Riccardopozzobon continuerà a orbitare nella fascia principale tra Marte e Giove. Ogni estate, prima dell’alba, potrà essere puntato con un telescopio da chiunque voglia continuare a ricordarlo. Francesco Sauro, che con Pozzobon ha condiviso anni di ricerche e scoperte, ne sintetizza il lascito: «Il suo contributo è stato visionario: era lui la chiave per interpretare correttamente i dati satellitari, grazie a intuizioni brillanti che hanno reso possibili queste scoperte».[3][4][5]


Fonti consultate