Una riflessione di Marco Mori nella sera di Santa Lucia: fiaccole e silenzi nella Val Varatella

La sera del 13 dicembre 2025, nella penombra che avvolge la Val Varatella, un folto gruppo dipersone tra cui molti speleologi, sale in silenzio.

Le fiaccole accese nel parcheggio si fanno filo, discorso e ancge.

Si cammina senza fretta verso la grotta di Santa Lucia, che nel suo cuore ha una chiesa. Si sa dove sono, anche se non si vedono.

Marco racconta questa esperienza con parole che restituiscono il senso profondo di un cammino che non è solo fisico: è un salire che non porta in alto, ma porta dentro. Un avvicinamento, non una conquista.

Dentro la grotta, la tecnica si tace, il casco è spento. Si entra in un luogo che non si misura, si ascolta. Il gesto di piegare la testa non è una scelta: è un obbligo. È così che si entra nei luoghi sacri, naturali o umani che siano. La messa speleologica di Santa Lucia diventa rito e memoria, incisa nella roccia come una calcite che cresce piano.

Mori ci ricorda che la grotta non ha fretta. Conserva, lavora, accetta chi si avvicina con rispetto. E come l’acqua, anche il nostro passaggio lascia traccia. Non importa quanto sottile: è tenace. Come gli speleologi.

Dentro la grotta, la tecnica si tace, il casco è spento. Si entra in un luogo che non si misura, si ascolta. Il gesto di piegare la testa non è una scelta: è un obbligo. È così che si entra nei luoghi sacri, naturali o umani che siano.

La messa speleologica di Santa Lucia diventa rito e memoria, incisa nella roccia come una calcite che cresce piano. Mori ci ricorda che la grotta non ha fretta. Conserva, lavora, accetta chi si avvicina con rispetto. E come l’acqua, anche il nostro passaggio lascia traccia. Non importa quanto sottile: è tenace.

Come noi speleologi.

Il testo integrale di Marco Mori – Santa Lucia, 13 dicembre

Santa Lucia, 13 dicembre

La notte scende prima di noi.
Nel parcheggio in fondo valle le fiaccole si accendono una alla volta.
I motori tacciono. Restano i passi, il fuoco, il respiro.

La Val Varatella è davanti, scura.
Dentro quel fianco di roccia stanno una grotta e una chiesa.
Non si vedono. Si sanno.

Le luci dei telefoni si spengono.
Qui il buio non disturba: prepara.
Raccoglie.

Saliamo senza fretta.
La mulattiera è asciutta, docile.
Le fiaccole in fila sono un rosario che cammina.
Qualcuno parla piano. Qualcuno ride. Molti tacciono.

Non è fatica.
È avvicinamento.

Toirano resta sotto, le luci sparse come stoviglie sul fondo di una cucina.
Il cielo concede poche stelle.
La direzione non è verso l’alto, ma dentro.

Il terrapieno è la soglia.
Un sagrato sospeso.
Una vasca di pietra trattiene acqua ferma.
Il rifugio dell’eremita e il campanile sono segni umani infilati nella montagna.

Le fiaccole vengono piantate a terra.
Alcune resistono, altre si spengono.
La grotta resta.

L’ingresso della chiesa è ampio.
Un arco che accoglie.
Si entra in piedi, come si entra nei luoghi fatti per restare.

Dentro l’aria cambia.
È più umida, più ferma.
Il pavimento di ciottoli tiene memoria di acqua.
Le candele muovono la roccia con le ombre.

La santa della luce sta qui.
In una cavità dove la luce non domina mai.
Non c’è buio totale: ci sono sagome, riflessi, respiri.
Una penombra abitata.

La voce del sacerdote prende peso nella pietra.
Le parole non salgono. Tornano indietro.
I canti si rompono nell’eco.
Per questo sono veri.

Noi speleologi stiamo in mezzo.
Il casco è spento.
La tecnica aspetta.
Qui la grotta non si misura: si ascolta.

L’Amen chiude.
Molti escono.
Per loro basta così.

Noi no.

Passiamo oltre l’altare.
La chiesa finisce.
La grotta comincia.

Qui la roccia si abbassa.
Non c’è simbolo.
C’è spazio che manca.

Per entrare bisogna piegare la testa.
Non è un gesto scelto.
È imposto.

Come all’ingresso di certi sifoni,
come nei passaggi dove il casco tocca prima delle mani,
il corpo capisce prima della mente.

Capisce che non comanda.
Che entra a credito.

Le frontali si accendono.
Una dopo l’altra.
La luce non è mai sola: arriva da davanti e da dietro, come sott’acqua.
Non sei mai isolato, nemmeno nel buio.

Camminiamo in fila.
Ogni passo allontana dalla liturgia
e avvicina a qualcosa di più antico.

L’ingresso nella grotta vera assomiglia all’ingresso in acqua.
Stessa sospensione.
Stesso affidarsi.

Sotto terra come sotto il mare,
non entri: vieni accettato.

Penso ai pellegrini di secoli fa.
Alle lanterne.
Alle stesse domande portate fin qui.
Penso agli abissi che frequento.
Cambiano i mezzi. Non cambia il gesto.

La grotta non ha fretta.
Le gocce lavorano.
La roccia conserva.

Noi lasciamo rilievi, mappe, coordinate.
Altri hanno lasciato nomi graffiati.
È lo stesso bisogno:
dire al tempo che siamo passati.

Usciremo.
Torneremo alle macchine, alle superfici.

La grotta resterà.
Con la sua chiesa scavata nella pietra.
Con questa messa del 13 dicembre depositata da qualche parte.

Uno strato sottile.
Tenace.
Come calcite.
Come noi speleo:
pochi, dispersi,
ma duri a scomparire.

Fonte: pagina social di Marco Mori

Fotografie: Simo Pi

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