Un corso di aggiornamento per Istruttori della Scuola Nazionale di Speleologia CAI quello organizzato dagli amici del G. S. CAI Napoli dal 9 al 11 settembre scorso, ma anche un’ottima occasione per conoscere una delle tante realtà ambientali della nostra Italia speleologica anche per chi Istruttore non è.  E’ infatti una tematica di grande attualità ma ancora poco conosciuta e soprattutto ancora non adeguatamente affrontata dagli enti di governo del territorio, quella scelta dagli organizzatori del corso che hanno voluto parlare di “sinkhole” ovvero di voragini.

Per chi passa ignaro lungo la costa settentrionale della penisola sorrentina ai piedi dei Monti Lattari, le alte pareti rocciose che si fanno notare in mezzo alla macchia mediterranea, alle spalle di qualche abitazione o a ridosso della strada, altro non sono che vecchie cave. Invece si tratta di fenomeni catastrofici di sprofondamento probabilmente ancora attivi generati forse come conseguenza di forti terremoti. Sono l’intensa tettonicizzazione e la risalita di acque sulfuree aggressive ad aver guidato con tutta probabilità la carsificazione delle rocce carbonatiche dell’area creando il reticolo di vuoti sotterranei responsabili del collasso e quindi della formazione dei sinkhole. Questi sprofondamenti in alcuni casi sono associati a monte a dei rilasci tensionali ovvero a delle fenditure della roccia che tagliano i versanti anche per centinaia di metri in lunghezza e decine in profondità. E’ il caso dello “spacco” della Jala a Vico Equense (NA), che solca il versante per una lunghezza di 400 m, una profondità di 90 m ed una larghezza che in alcuni punti supera il metro.

E’ anche studiando il territorio con foto aeree che è stata sviluppata l’ipotesi di un innesco relativamente recente di queste strutture di deformazione profonda dei versanti. E’ probabile ad esempio che lo spacco della Jala si sia formato negli ultimi 5 secoli, avendo coinvolto strutture antropiche di poco antecedenti.

Nell’ambito del corso il fenomeno dei sinkhole in Campania – soprattutto relativamente a quelli presenti sui Monti Lattari e Tifatini – è stato presentato sia in aula che sul terreno da geologi, da docenti dell’Università di Napoli e da ricercatori del CNR anche attraverso confronti con situazioni presenti in altre zone d’Italia (pugliesi ad esempio). Penso di non cadere in errore nell’esprimere anche da parte degli altri allievi del corso soddisfazione sia per quanto imparato sia per l’ottima organizzazione delle attività e della logistica. Ringrazio quindi il direttore del corso INS Umberto Del Vecchio ed i suoi collaboratori del G. S. CAI Napoli, invitando tutti i colleghi speleo istruttori e non a tenere d’occhio il programma annuale dei corsi della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI, proprio perchè al di là della loro classificazione secondo una nomenclatura da regolamento,  possono essere davvero un’eccezionale occasione per conoscere la diversità ambientale dei contesti sotterranei di cui l’Italia è ricca.

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